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domenica, marzo 09, 2003
Come avrete gia' potuto capire dal titolo,in questo"Punto di ritrovo" parleremo molto spesso dei misteri(a volte inrisolti) che ci assillano.Nelle prossime pagine che vedrete,parlerò dei misteri dell'uomo,e non... Se avete altri misteri da esporre contattateci.
I Tagliatori di Pietra
Nei tempi antichi, l’insegnamento d’arti e mestieri era patrimonio di classi separate, depositarie di antiche tradizioni, che si dedicavano agli studi segreti di architettura sacra e simbolica. I segni più antichi conosciuti in relazione con il mestiere di tagliatore di pietra sono stati ritrovati in Egitto e corrispondono a 2.200 anni prima di Cristo. In quel periodo la vita e la morte avevano valori completamente diversi dai nostri. Nella Bibbia, in riferimento a questo argomento si dice che, circa 1.000 anni prima di Cristo, re Davide volle costruire un tempio per ospitare l’arca dell’alleanza, ma siccome aveva le mani insanguinate, questo privilegio gli fu negato dal Signore. Leggiamo nell’Antico Testamento: “Davide mio padre aveva deciso di costruire un tempio al nome del Signore, Dio di Israele, ma il Signore gli disse: ‘Tu hai pensato di edificare un tempio al mio nome; hai fatto bene a formulare tale progetto. Non tu costruirai il tempio, ma il figlio che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà un tempio al mio nome’” (Re I, VIII, 17). E re Salomone, il Saggio, approfittando del periodo di pace e facendosi aiutare da Chiram, re di Tiro, intraprese la costruzione del tempio. “Salomone aveva settantamila operai addetti al trasporto del materiale e ottantamila scalpellini a tagliar pietre sui monti, senza contare gli incaricati dei prefetti, che erano tremilatrecento, preposti da Salomone al comando delle persone addette ai lavori” (Re I, VIII, 29). A partire dal V secolo, l’Europa occidentale vive una profonda mutazione, il mondo romano è decaduto e i popoli venuti da nord e poi da est stabiliscono la loro supremazia sulle rovine del vecchio impero. In seguito, papa Gregorio VII pose le basi dello Stato Pontificio, mettendo in crisi l'assolutismo e la sacralità del potere imperiale e riprendendo il controllo del clero. In quel periodo le genti del Medioevo erano animate da una grande fede religiosa alimentata dalle crociate e dai grandi pellegrinaggi, fede che indubbiamente ebbe un’influenza notevole nella costruzione di nuovi luoghi di culto come cattedrali, chiese e santuari. I monaci, eredi di queste antiche conoscenze, da tempo lavoravano all’edificazione delle loro chiese e abbazie, in totale anonimato e senza l’aiuto di manovalanze estranee. Successivamente iniziò una corsa sempre più assidua alla costruzione di chiese, cattedrali, basiliche, monasteri. "Era come se il mondo stesso, scrollandosi di dosso la sua vecchiezza, si rivestisse d'un bianco mantello di cattedrali", raccontava Rodolfo il Glabro monaco e cronista dell'XI secolo. Tale situazione, unita alla necessità d’impiegare il proprio tempo in preghiere e meditazioni (regola di San Benedetto), portò i monaci ad assumere dei costruttori esterni (Fratres Conversi), alcuni dei quali firmavano personalmente le loro opere, ma erano però sottomessi alle direttive della Chiesa, come specificava chiaramente il testo redatto durante il secondo Concilio di Nicea nel 787. Con il tempo i Conversi diventarono sempre più numerosi e incominciarono a lasciare le logge monastiche per formarne di laiche, transizione della quale si può trovare traccia in documenti quali la Regola della Loggia, del 22 ottobre 1397 scoperta a Trèves dal dott. Reichensperger (cfr. il Regolamento dell’Ordine di York, che risale al 1370 e 1409, oppure il testo di Franz Rziha, Etudes sur le marques des tailleurs de pierre, Guy Trédaniel Editeur). Di logge laiche ne possiamo citare alcune: la Loggia di Magdebourg, la Suprema Loggia di Strasburgo, la Loggia della Bauhutte, la Loggia Principale di Dresda, in Canton Ticino troviamo i Magistri Ticinesi, in Lombardia i Magistri Comacini. A Venezia vi era la Scola di Tagiapiera, una delle più antiche della città, che inizialmente si trovava presso l’ospedale di San Giovanni Evangelista e poi nel XVI secolo si trasferì in un fabbricato attiguo alla chiesa di Sant’Apollinare, sul quale a tutt’oggi si può osservare un bassorilievo rappresentante i quattro coronati e la scritta: “MDCLII scola di tagiapiera”. La sua Mariegola, ovvero lo statuto interno comprendente prescrizioni di carattere tecnico e di ordine etico, oggi conservata al museo Correr, risale al 1307. Sul campanile della chiesa e nelle calle della zona, si possono osservare ancora oggi innumerevoli opere scultoree, mentre altre sono conservate presso le gallerie dell’Accademia. L’arte del costruire, il sapere dei costruttori, ossia dei compagni, anche se si arricchisce di tecniche e di maestria, attraverserà i sette secoli del periodo medievale, rimanendo comunque condizionata dalle correnti religiose; va inoltre considerato che questi avevano perso i loro protettori naturali, i Templari condannati e giustiziati da Filippo IV il Bello. I compagni perseguiti e braccati, entrarono così nella clandestinità nel mezzo del XV secolo, per giungere fino ai tempi nostri dove ancora oggi, in molti paesi si possono ritrovare delle tracce.
Villard de Honnecourt Un uomo del XIII secolo, architetto, originario di Honnecourt-Sur-Escaut, ci ha lasciato un’eccezionale testimonianza, un taccuino composto da 33 fogli di note e da circa 250 disegni raccolti nel corso dei suoi numerosi viaggi (l’originale si trova nella Biblioteca Nazionale di Francia): costruzioni di cattedrali, progetti ingegneristici e architettonici, insetti, uccelli, un leone, un orso, un gatto, una lepre, un Cristo in croce, lottatori, giocatori di dadi, un drago... Il libretto tratta di tecniche costruttive dell’epoca, conoscenze e sapere che si nascondono spesso dietro queste figure enigmatiche. Una serie di disegni fino a poco tempo fa considerati come puramente artistici, invece, sarebbero stati utilizzati dai costruttori per ricordarsi di certe tracce geometriche o procedimenti di calcolo grafico.
I Quattro Coronati L’8 novembre i tagliatori di pietra onorano i loro santi patroni: Claudio, Simproniano, Castorio e Nicostrato; i Quattro “Coronati”, martiri nel 306 d.C. a Sirmio, dopo essersi rifiutati di scolpire, per l’imperatore Diocleziano, una statua di divinità pagana. La loro rappresentazione si può trovare in molti luoghi d’Italia, come nella chiesa di Pavia, nel Santuario di Maria dei Ghirli, in un capitello del Palazzo Ducale a Venezia, vicino alla chiesa di Sant’Apollinare a Venezia, nel Duomo di Siena, a Roma nella chiesa detta dei SS. Quattro Coronati. I tagliatori di pietra di Strasburgo prestavano giuramento sul Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, la Madre di Dio e i Quattro Coronati.
Costituzione Gli scalpellini appartenevano a una confraternita come i massoni, i falegnami, i carpentieri, i vetrai e altri, e si spostavano continuamente in tutta Europa, chiamati per eseguire lavori che richiedevano bravura e conoscenze particolari. Trascorrevano parte del loro tempo nelle logge (baracche di legno disposte nelle vicinanze dei cantieri), dove depositavano i loro arnesi e consumavano i loro pasti. La loggia era anche il posto ideale per lo scambio d’opinioni, idee, consigli, lunghe e costruttive discussioni sui problemi concernenti il mestiere, e si può considerare come la capostipite delle future logge massoniche. In esse, però, non era possibile trascorrere la notte: gli operai, infatti, erano soliti alloggiare presso taverne o case private. Gli scalpellini erano suddivisi in tre gradi principali: Apprendista, Compagno e Maestro. L’Apprendista lavorava e imparava per diversi anni nei cantieri e nelle confraternite, quindi doveva spostarsi di città in città. Era ospitato e seguito passo per passo nelle botteghe o in centri d’accoglienza. In Francia, questi ultimi venivano chiamati “Cayenne”, dove si incontrano due figure molto importanti: la “Madre”, unica donna ammessa che dirigeva la casa occupandosi del buon ordine dei locali e della nutrizione, curava piccoli mali sia fisici che morali; rispettata da tutti, manteneva un’atmosfera familiare tra i giovani e gli adolescenti. La seconda figura imponente era quella del “Padre” privo di un ruolo ben preciso. Queste persone scelte avevano una funzione molto importante d’accoglienza, di gestione e d’ordine morale all’interno della comunità. L’apprendista seguiva il suo tour acquisendo sempre maggior bravura e conoscenza; doveva essere giudicato degno dal punto di vista tecnico, ma anche morale; doveva imparare a edificare templi, edifici religiosi e non, ugualmente doveva erigere il suo tempio interiore attraverso un percorso di maturazione iniziatica. Come Compagno, continuava il suo percorso acquisendo padronanza e consapevolezza del proprio dovere; alla fine gli si permetteva di accedere all’ultimo stadio di Maestro d’Opera, grado supremo e segreto. I tagliatori di pietra, avevano un loro modo tutto particolare e misterioso per comunicare: gli insegnamenti trasmessi oralmente, i giochi di parole utilizzati durante le occasioni speciali, un modo singolare di vestirsi, un certo modo di guardarsi e di posizionare i piedi, di camminare, di salutare, di ringraziare, di bere, di tendere la mano a un fratello. La loro interpretazione simbolica era legata alla tradizione. L’utilizzo del simbolismo dei numeri e quello collegato agli attrezzi di lavoro ha dimostrato unaconoscenza profonda dei principi fondamentali dell’architettura: il compasso che disegna il cerchio e che divide in modo proporzionale, la squadra che rappresenta l’impiego dell’angolo retto, il filo a piombo che serve a determinare la verticale. L’utilizzo del cerchio, del quadrato, del triangolo e d’altre figure geometriche era di fondamentale importanza per l’edificazione dei monumenti romanici e gotici. I tagliatori di pietra, fin dall’antichità, usavano marchiare i propri lavori. Tali segni sono stati trovati nell’antico Egitto, in Mesopotamia, sulle mura di Gerusalemme, di Troia, d’Olimpia e nell’antica Roma, così come marchi gotici, romanici, bizantini, romani, greci, rinascimentali. Nell’Ordinanza di Torgau del 1462 si possono trovare ben sette articoli che si riferiscono ai marchi (Art. 25, 26, 27, 30, 31, 72, 94). Riferimenti a tali segni si possono trovare anche in un altro documento, la Regola di Bàle, del 1563 (Art. 59). Come specificato in questi testi, i marchi dei tagliatori di pietra corrispondevano a segni d’appartenenza all’ordine. Conferiti nel corso delle cerimonie solenni, venivano scelti dai maestri, e non potevano essere rifiutati a un operaio “onesto”; inoltre, non dovevano subire modifiche, né essere ceduti a terzi ma dovevano essere preservati come segni onorifici. Se ci forziamo di osservare e di comprendere questo linguaggio della pietra, ci accorgeremo che questi segni sono carichi di significato e di un simbolismo profondo da tempo dimenticato. Nel corso degli anni i marchi si sono evoluti, influenzati dai rituali e dagli aspetti religiosi, simbolici e operativi delle corporazioni, dai periodi di transizione tra i vari stili di costruzione. Le diversità di carattere geometrico dei marchi dei tagliatori di pietra denotano il passaggio da un’epoca artistica a un’altra. L’esistenza dei marchi può essere esaminata sotto aspetti diversi: 1- in rapporto ai paesi 2- in rapporto alle regioni geografiche 3- in rapporto alle città e ai castelli 4- in rapporto al carattere dell’oggetto artistico 5- in rapporto a certe opere particolari Secondo Van Belle e Rziha, i marchi si suddividono in due categorie principali: - I segni d’utilità, per rendere più agevole il posizionamento delle pietre. In questa categoria possiamo distinguere: i segni di localizzazione, i segni di posizionamento, i segni d’assemblaggio, i segni di profondità. Sono formati da lettere, cifre romane o arabe, da figure geometriche come triangoli, rettangoli, da curve, da linee spezzate, da figure come la squadra o il martello. Non c’era una regola per la scelta del posto dove incidere il marchio. - I segni d’identità, che potevano servire in vista del pagamento o del reclamo per il lavoro eseguito. Si può pensare che queste figure geometriche seguissero i tratti di diverse matrici di figure fondamentali. Il prof. Rziha, che ha raggruppato ben 9.000 marchi in una pubblicazione datata 1880, presentava 4 matrici principali con varianti che portano a 14 matrici sviluppate da lui e che gli permettevano di spiegare i vari segni. Le 4 matrici principali sono le seguenti: 1- il quadrato 2- il triangolo 3- il cerchio trilobo 4- il cerchio quadrilobo Lo sviluppo grafico dei marchi dello stesso carattere geometrico ci conduce all’elaborazione delle matrici. I marchi non sono altro che delle parti lineari arbitrariamente scelte in queste matrici. La loro eventuale somiglianza è dovuta all’esistenza di una sola e stessa matrice e all’identità del principio costruttivo adottato per tutte le altre. Questi principi sono la quadratura, la triangolazione, il trilobo e il quadrilobo. I segni semplici appartengono a matrici semplici, i marchi complessi a matrici complesse. I segni complessi risultanti dalla divisione, dal capovolgimento e dal restringimento, oppure dalla combinazione di questi tre procedimenti nel quadro di una figura d’origine, sono complicati solo in apparenza.
Conclusioni Speriamo che questa panoramica sui tagliatori di pietra, possa offrire uno spunto ad altri futuri lavori e a nuovi approfondimenti. Solo così, saremo aiutati a percorrere insieme un breve tratto di strada verso la conoscenza di questi segni sulla pietra, lì, presenti ancora oggi, ma invisibili agli occhi dei più.
Villard de Honnecourt Un uomo del XIII secolo, architetto, originario di Honnecourt-Sur-Escaut, ci ha lasciato un’eccezionale testimonianza, un taccuino composto da 33 fogli di note e da circa 250 disegni raccolti nel corso dei suoi numerosi viaggi (l’originale si trova nella Biblioteca Nazionale di Francia): costruzioni di cattedrali, progetti ingegneristici e architettonici, insetti, uccelli, un leone, un orso, un gatto, una lepre, un Cristo in croce, lottatori, giocatori di dadi, un drago... Il libretto tratta di tecniche costruttive dell’epoca, conoscenze e sapere che si nascondono spesso dietro queste figure enigmatiche. Una serie di disegni fino a poco tempo fa considerati come puramente artistici, invece, sarebbero stati utilizzati dai costruttori per ricordarsi di certe tracce geometriche o procedimenti di calcolo grafico.
venerdì, marzo 07, 2003
I Tagliatori di Pietra
Nei tempi antichi, l’insegnamento d’arti e mestieri era patrimonio di classi separate, depositarie di antiche tradizioni, che si dedicavano agli studi segreti di architettura sacra e simbolica. I segni più antichi conosciuti in relazione con il mestiere di tagliatore di pietra sono stati ritrovati in Egitto e corrispondono a 2.200 anni prima di Cristo. In quel periodo la vita e la morte avevano valori completamente diversi dai nostri. Nella Bibbia, in riferimento a questo argomento si dice che, circa 1.000 anni prima di Cristo, re Davide volle costruire un tempio per ospitare l’arca dell’alleanza, ma siccome aveva le mani insanguinate, questo privilegio gli fu negato dal Signore. Leggiamo nell’Antico Testamento: “Davide mio padre aveva deciso di costruire un tempio al nome del Signore, Dio di Israele, ma il Signore gli disse: ‘Tu hai pensato di edificare un tempio al mio nome; hai fatto bene a formulare tale progetto. Non tu costruirai il tempio, ma il figlio che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà un tempio al mio nome’” (Re I, VIII, 17). E re Salomone, il Saggio, approfittando del periodo di pace e facendosi aiutare da Chiram, re di Tiro, intraprese la costruzione del tempio. “Salomone aveva settantamila operai addetti al trasporto del materiale e ottantamila scalpellini a tagliar pietre sui monti, senza contare gli incaricati dei prefetti, che erano tremilatrecento, preposti da Salomone al comando delle persone addette ai lavori” (Re I, VIII, 29). A partire dal V secolo, l’Europa occidentale vive una profonda mutazione, il mondo romano è decaduto e i popoli venuti da nord e poi da est stabiliscono la loro supremazia sulle rovine del vecchio impero. In seguito, papa Gregorio VII pose le basi dello Stato Pontificio, mettendo in crisi l'assolutismo e la sacralità del potere imperiale e riprendendo il controllo del clero. In quel periodo le genti del Medioevo erano animate da una grande fede religiosa alimentata dalle crociate e dai grandi pellegrinaggi, fede che indubbiamente ebbe un’influenza notevole nella costruzione di nuovi luoghi di culto come cattedrali, chiese e santuari. I monaci, eredi di queste antiche conoscenze, da tempo lavoravano all’edificazione delle loro chiese e abbazie, in totale anonimato e senza l’aiuto di manovalanze estranee. Successivamente iniziò una corsa sempre più assidua alla costruzione di chiese, cattedrali, basiliche, monasteri. "Era come se il mondo stesso, scrollandosi di dosso la sua vecchiezza, si rivestisse d'un bianco mantello di cattedrali", raccontava Rodolfo il Glabro monaco e cronista dell'XI secolo. Tale situazione, unita alla necessità d’impiegare il proprio tempo in preghiere e meditazioni (regola di San Benedetto), portò i monaci ad assumere dei costruttori esterni (Fratres Conversi), alcuni dei quali firmavano personalmente le loro opere, ma erano però sottomessi alle direttive della Chiesa, come specificava chiaramente il testo redatto durante il secondo Concilio di Nicea nel 787. Con il tempo i Conversi diventarono sempre più numerosi e incominciarono a lasciare le logge monastiche per formarne di laiche, transizione della quale si può trovare traccia in documenti quali la Regola della Loggia, del 22 ottobre 1397 scoperta a Trèves dal dott. Reichensperger (cfr. il Regolamento dell’Ordine di York, che risale al 1370 e 1409, oppure il testo di Franz Rziha, Etudes sur le marques des tailleurs de pierre, Guy Trédaniel Editeur). Di logge laiche ne possiamo citare alcune: la Loggia di Magdebourg, la Suprema Loggia di Strasburgo, la Loggia della Bauhutte, la Loggia Principale di Dresda, in Canton Ticino troviamo i Magistri Ticinesi, in Lombardia i Magistri Comacini. A Venezia vi era la Scola di Tagiapiera, una delle più antiche della città, che inizialmente si trovava presso l’ospedale di San Giovanni Evangelista e poi nel XVI secolo si trasferì in un fabbricato attiguo alla chiesa di Sant’Apollinare, sul quale a tutt’oggi si può osservare un bassorilievo rappresentante i quattro coronati e la scritta: “MDCLII scola di tagiapiera”. La sua Mariegola, ovvero lo statuto interno comprendente prescrizioni di carattere tecnico e di ordine etico, oggi conservata al museo Correr, risale al 1307. Sul campanile della chiesa e nelle calle della zona, si possono osservare ancora oggi innumerevoli opere scultoree, mentre altre sono conservate presso le gallerie dell’Accademia. L’arte del costruire, il sapere dei costruttori, ossia dei compagni, anche se si arricchisce di tecniche e di maestria, attraverserà i sette secoli del periodo medievale, rimanendo comunque condizionata dalle correnti religiose; va inoltre considerato che questi avevano perso i loro protettori naturali, i Templari condannati e giustiziati da Filippo IV il Bello. I compagni perseguiti e braccati, entrarono così nella clandestinità nel mezzo del XV secolo, per giungere fino ai tempi nostri dove ancora oggi, in molti paesi si possono ritrovare delle tracce.
Villard de Honnecourt Un uomo del XIII secolo, architetto, originario di Honnecourt-Sur-Escaut, ci ha lasciato un’eccezionale testimonianza, un taccuino composto da 33 fogli di note e da circa 250 disegni raccolti nel corso dei suoi numerosi viaggi (l’originale si trova nella Biblioteca Nazionale di Francia): costruzioni di cattedrali, progetti ingegneristici e architettonici, insetti, uccelli, un leone, un orso, un gatto, una lepre, un Cristo in croce, lottatori, giocatori di dadi, un drago... Il libretto tratta di tecniche costruttive dell’epoca, conoscenze e sapere che si nascondono spesso dietro queste figure enigmatiche. Una serie di disegni fino a poco tempo fa considerati come puramente artistici, invece, sarebbero stati utilizzati dai costruttori per ricordarsi di certe tracce geometriche o procedimenti di calcolo grafico.
I Quattro Coronati L’8 novembre i tagliatori di pietra onorano i loro santi patroni: Claudio, Simproniano, Castorio e Nicostrato; i Quattro “Coronati”, martiri nel 306 d.C. a Sirmio, dopo essersi rifiutati di scolpire, per l’imperatore Diocleziano, una statua di divinità pagana. La loro rappresentazione si può trovare in molti luoghi d’Italia, come nella chiesa di Pavia, nel Santuario di Maria dei Ghirli, in un capitello del Palazzo Ducale a Venezia, vicino alla chiesa di Sant’Apollinare a Venezia, nel Duomo di Siena, a Roma nella chiesa detta dei SS. Quattro Coronati. I tagliatori di pietra di Strasburgo prestavano giuramento sul Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, la Madre di Dio e i Quattro Coronati.
Costituzione Gli scalpellini appartenevano a una confraternita come i massoni, i falegnami, i carpentieri, i vetrai e altri, e si spostavano continuamente in tutta Europa, chiamati per eseguire lavori che richiedevano bravura e conoscenze particolari. Trascorrevano parte del loro tempo nelle logge (baracche di legno disposte nelle vicinanze dei cantieri), dove depositavano i loro arnesi e consumavano i loro pasti. La loggia era anche il posto ideale per lo scambio d’opinioni, idee, consigli, lunghe e costruttive discussioni sui problemi concernenti il mestiere, e si può considerare come la capostipite delle future logge massoniche. In esse, però, non era possibile trascorrere la notte: gli operai, infatti, erano soliti alloggiare presso taverne o case private. Gli scalpellini erano suddivisi in tre gradi principali: Apprendista, Compagno e Maestro. L’Apprendista lavorava e imparava per diversi anni nei cantieri e nelle confraternite, quindi doveva spostarsi di città in città. Era ospitato e seguito passo per passo nelle botteghe o in centri d’accoglienza. In Francia, questi ultimi venivano chiamati “Cayenne”, dove si incontrano due figure molto importanti: la “Madre”, unica donna ammessa che dirigeva la casa occupandosi del buon ordine dei locali e della nutrizione, curava piccoli mali sia fisici che morali; rispettata da tutti, manteneva un’atmosfera familiare tra i giovani e gli adolescenti. La seconda figura imponente era quella del “Padre” privo di un ruolo ben preciso. Queste persone scelte avevano una funzione molto importante d’accoglienza, di gestione e d’ordine morale all’interno della comunità. L’apprendista seguiva il suo tour acquisendo sempre maggior bravura e conoscenza; doveva essere giudicato degno dal punto di vista tecnico, ma anche morale; doveva imparare a edificare templi, edifici religiosi e non, ugualmente doveva erigere il suo tempio interiore attraverso un percorso di maturazione iniziatica. Come Compagno, continuava il suo percorso acquisendo padronanza e consapevolezza del proprio dovere; alla fine gli si permetteva di accedere all’ultimo stadio di Maestro d’Opera, grado supremo e segreto. I tagliatori di pietra, avevano un loro modo tutto particolare e misterioso per comunicare: gli insegnamenti trasmessi oralmente, i giochi di parole utilizzati durante le occasioni speciali, un modo singolare di vestirsi, un certo modo di guardarsi e di posizionare i piedi, di camminare, di salutare, di ringraziare, di bere, di tendere la mano a un fratello. La loro interpretazione simbolica era legata alla tradizione. L’utilizzo del simbolismo dei numeri e quello collegato agli attrezzi di lavoro ha dimostrato unaconoscenza profonda dei principi fondamentali dell’architettura: il compasso che disegna il cerchio e che divide in modo proporzionale, la squadra che rappresenta l’impiego dell’angolo retto, il filo a piombo che serve a determinare la verticale. L’utilizzo del cerchio, del quadrato, del triangolo e d’altre figure geometriche era di fondamentale importanza per l’edificazione dei monumenti romanici e gotici. I marchi sulle pietre
I tagliatori di pietra, fin dall’antichità, usavano marchiare i propri lavori. Tali segni sono stati trovati nell’antico Egitto, in Mesopotamia, sulle mura di Gerusalemme, di Troia, d’Olimpia e nell’antica Roma, così come marchi gotici, romanici, bizantini, romani, greci, rinascimentali. Nell’Ordinanza di Torgau del 1462 si possono trovare ben sette articoli che si riferiscono ai marchi (Art. 25, 26, 27, 30, 31, 72, 94). Riferimenti a tali segni si possono trovare anche in un altro documento, la Regola di Bàle, del 1563 (Art. 59). Come specificato in questi testi, i marchi dei tagliatori di pietra corrispondevano a segni d’appartenenza all’ordine. Conferiti nel corso delle cerimonie solenni, venivano scelti dai maestri, e non potevano essere rifiutati a un operaio “onesto”; inoltre, non dovevano subire modifiche, né essere ceduti a terzi ma dovevano essere preservati come segni onorifici. Se ci forziamo di osservare e di comprendere questo linguaggio della pietra, ci accorgeremo che questi segni sono carichi di significato e di un simbolismo profondo da tempo dimenticato. Nel corso degli anni i marchi si sono evoluti, influenzati dai rituali e dagli aspetti religiosi, simbolici e operativi delle corporazioni, dai periodi di transizione tra i vari stili di costruzione. Le diversità di carattere geometrico dei marchi dei tagliatori di pietra denotano il passaggio da un’epoca artistica a un’altra. L’esistenza dei marchi può essere esaminata sotto aspetti diversi: 1- in rapporto ai paesi 2- in rapporto alle regioni geografiche 3- in rapporto alle città e ai castelli 4- in rapporto al carattere dell’oggetto artistico 5- in rapporto a certe opere particolari Secondo Van Belle e Rziha, i marchi si suddividono in due categorie principali: - I segni d’utilità, per rendere più agevole il posizionamento delle pietre. In questa categoria possiamo distinguere: i segni di localizzazione, i segni di posizionamento, i segni d’assemblaggio, i segni di profondità. Sono formati da lettere, cifre romane o arabe, da figure geometriche come triangoli, rettangoli, da curve, da linee spezzate, da figure come la squadra o il martello. Non c’era una regola per la scelta del posto dove incidere il marchio. - I segni d’identità, che potevano servire in vista del pagamento o del reclamo per il lavoro eseguito. Si può pensare che queste figure geometriche seguissero i tratti di diverse matrici di figure fondamentali. Il prof. Rziha, che ha raggruppato ben 9.000 marchi in una pubblicazione datata 1880, presentava 4 matrici principali con varianti che portano a 14 matrici sviluppate da lui e che gli permettevano di spiegare i vari segni. Le 4 matrici principali sono le seguenti: 1- il quadrato 2- il triangolo 3- il cerchio trilobo 4- il cerchio quadrilobo Lo sviluppo grafico dei marchi dello stesso carattere geometrico ci conduce all’elaborazione delle matrici. I marchi non sono altro che delle parti lineari arbitrariamente scelte in queste matrici. La loro eventuale somiglianza è dovuta all’esistenza di una sola e stessa matrice e all’identità del principio costruttivo adottato per tutte le altre. Questi principi sono la quadratura, la triangolazione, il trilobo e il quadrilobo. I segni semplici appartengono a matrici semplici, i marchi complessi a matrici complesse. I segni complessi risultanti dalla divisione, dal capovolgimento e dal restringimento, oppure dalla combinazione di questi tre procedimenti nel quadro di una figura d’origine, sono complicati solo in apparenza.
Conclusioni Speriamo che questa panoramica sui tagliatori di pietra, possa offrire uno spunto ad altri futuri lavori e a nuovi approfondimenti. Solo così, saremo aiutati a percorrere insieme un breve tratto di strada verso la conoscenza di questi segni sulla pietra, lì, presenti ancora oggi, ma invisibili agli occhi dei più.
Dal mito del Tricefalo al culto della Trinità di Maurizio Caruso L'origine del mito dell'essere a tre teste
Due tra i più prestigiosi studiosi dell'Ordine dei Templari, l'inglese Malcom Barber ed il francese Alain Demurger, nei loro libri concordano nel ritenere che uno dei principali capi d'accusa contro i Templari fu quello che questi adorassero degli strani idoli, molti dei quali erano provvisti di tre facce. Come esempio viene spesso citata la deposizione di Deodato Jaffet al quale, quando fu ricevuto come novizio a Pedenant, gli fu mostrata una testa o idolo, che a lui aprve avere tre facce e gli fu detto: "Tu devi adorarlo come Tuo Salvatore e come Salvatore dell'Ordine del Tempio". E lui adorò quell'idolo rispondendo: "Benedetto colui che salverà l'anima mia". Fin dall'antichità, sopratutto in campo religioso, quando si voleva definire o sottolinerare il "tutto", si usava il numero tre: numero perfetto per eccellenza perchè è il più piccolo numero contenente la cifra pari e la cifra dispari. Nelle vecchie tradizioni egiziane e greco-alessandrine la triplicità era un "qualcosa" che veniva moltiplicato per tre in modo da farne una unità "tre volte più grande" o più semplicemente "tre volte grande", da cui ebbe origine Ermete Trismegisto o TRIMEGISTOS (spesso rappresentato con tre teste): personaggio tanto caro alla nascente pratica dell'alchimia. Anche per gli antichi latini, con il loro famoso adagio "E tribus honor unus" (in tre io onoro uno), era possibile che il tre identificasse l'uno precorrendo così la tradizione trinitaria cristiana. Ne consegue che il numero tre o la moltiplicazione per tre, attestava la grandezza di un concetto o di un manufatto: triplicare un talismano significava conferirgli assoluta potenza come totale potere dava la tiara (formata da tre corone) al Papa. Ecco che in ogni cultura ed in ogni religione comparvero divinità tricefale: in India SHIVA era spesso rappresentata sulle monete dei Kaunas sottoforma di persona con tre volti, a segnalare la triplice epifania della creazione, conservazione e distribuzione cosmica. A capo della ripartizione trinitaria divina dell'antico Perù, vi era APUINTI, definito anche con il nome di "uomo a tre volti". BRAMMINGE, divinità tricefala delle popolazioni nordiche era l'equivalente del BRAHMA indù e portava sulla fronte il "terzo occhio". Presso i popoli slavi era adorato TRIGLAV, dio tricipite che con una testa dominava la terra, con la seconda l'aria e con la terza l'acqua: nei sacri templi veniva conservato questo idolo dalle tre teste d'oro le cui labbra ed i cui occhi venivano coperte con un velo, affinchè non vedendo e tacendo fingesse d'ignorare i peccati degli uomini.*(inserire qui il seguente testo) Secondo René Guenon anche GIANO BIFRONTE era provvisto di una terza testa ma questa risultava invisibile perchè rappresentante il fuggevole attimo del presente, mentre le due facce della divinità romana guardavano imperturbabili verso il passato e verso il futuro. Nel mitreo di Santa Prisca, a Roma, fu scoperto nel 1930 la Petra Genitrix rappresentante tre teste nascenti da un unico tronco di pietra: secondo la concezione mitriaca queste raffiguravano il dio Mithra, la madre della vita e l'uomo primitivo che scaturivano dalla dura materia grezza. * Dagli antichi romani e quindi dai gallo-celti, all'incrocio di molte strade, veniva posta l'effigie di ECATE triforme, che aveva il compito di proteggere il viandante facendogli anche rintracciare la giusta via. Gli influssi celti si sono poi manifestati nelle regioni alpine dove spesso è presente la figura dell'Uomo Selvatico, che può anche comparire con l'aspetto di tricefalo. Cito, come esempio, la statua del Sevatico Tricipite di Bressanone (BZ), posta al centro del paese (all'incrocio delle strade tra i Portici maggiori ed i Portici minori): secondo una leggenda locale al mezzodì di ogni venerdì santo una pioggia di monete d'oro cadde da ognuna delle tre bocche dell'idolo.
Ma anche in ambito cristiano il tricefalo è stato usato per la raffigurazione della Trinità: questa tradizione molto probabilmente fu introdotta da Abelardo, a decorrere dall'ultimo periodo dell'arte gotica. Si possono citare come esempi i tre volti di Cristo riuniti per l'occipite, dipinti nel Cenacolo di Andrea del Sarto a Firenze; o la Trinità che appare a S. Agostino in un pannello ligneo conservato presso la pinacoteca dell'Abbazia di Novacella (BZ); od infine il tricefalo posto alla sommità del tabernacolo del Donatello dedicato all'Incredulità di S. Tommaso in Orsanmichele, sempre a Firenze. Questo uso un po' irriverente della Trinità assunse forme talmente mostruose da far condannare da parte dei Protestanti l'uso del "cerbero cattolico": difatti con papa Urbano VIII furono iniziate distruzioni di tali iconografie fino a giungere alla proscrizione assoluta da parte di Benedetto XIV di riprodurre e conservare queste immagini. Paradossalmente, durante l'epoca medievale, i connotati del tricefalo erano ascrivibili peculiarmente al demonio. Così si esprimeva Dante Alighieri in occasione del suo incontro con LUCIFERO nella Divina Commedia: "Oh quanto parve a me gran maraviglia quand'io vidi tre facce alla sua testa". Attualmente le raffigurazioni tricefale sono molto rare da trovare e pertanto sono preziose per lo storico dell'arte che tenta di tracciare un iter iconografico della Trinità Cristiana. Un raro esempio di tale immagine è stato segnalato dallo spagnolo Rafael Alarcon H. nel suo La otra España del Temple. La Santa Trinità presso i Templari Alarcón, l'infaticabile ricercatore di culti e tradizioni dei Templari in terra di Spagna, cita l'ormai scomparsa chiesa templare della Trinità presso Tudela, in Navara. Sul timpano d'ingreso di tale edificio era posta l'effigie in rilievo della Divinità Tricefala Cristiana nell'atto di benedire l'introito in chiesa dei fedeli. Purtroppo di tale iconografia possediamo unicamente un disegno ed alcuni appunti presi da Juan Antonio Fernandez nel 1804, durante la demolizione e lo smantellamento dell'antico edificio ecclesiastico. Sempre lo stesso Alarcón segnala la presenza a 12 Km da Tudela e a soli 3 Km dalla commenda templare di Novallas, del monastero cistercense di Tulebras, fondato secondo la tradizione da Santa Humbelina, sorella di S. Bernardo di Chiaravalle. Presso questa istituzione monastica si conserva tutt'ora una raffigurazione tarda, probabilmente cinquecentesca, della Santissima Trinità Tricefala, che presenta numerose similitudini iconografiche con la scomparsa Trinità templare di Tudela. Tale dipinto, a dispetto della furia iconoclasta dell'inquisizione e della successiva "guerra civile", è passato indenne per perpetuare la memoria di un culto trinitario dei Templari ascrivibile a torto ad idolo blasfemo. A questo proposito esiste la testimonianza di un cavaliere templare, raccolta dall'abate Coblet, la quale riferisce che il Bafometto era una testa tricefala dipinta sopra una tavola con tutti connotati, quindi, della Divina Trinità Cristiana.
Una più consona iconografia trinitaria, anche se nel tempo abbandonata per la convenzionale ripartizione in Padre, Figlio e Spirito Santo, era quella rappresentata da tre figure umane identiche in tutto e per tutto. Forse l'esempio più famoso in Italia di tale iconografia è quello della Santissima Trinità di Vallepietra, in provincia di Roma, meta da secoli di continui e faticosi pellegrinaggi attraverso ripidi sentieri di montagna. In questo affresco del XII secolo, le tre figure sono identiche ed eseguono il medesimo segno di benedizione "alla greca" (unendo cioè il pollice con l'anulare della mano destra). Pochi sanno che una raffigurazione trinitaria simile appare affrescata sulle pareti interne di una chiesa romanica ancora intatta appartenuta ai Templari in Italia. Si tratta della chiesa dedicata a S. Tomaso Becket, posta lungo la via Franigena a Carobiolo, nei pressi di Fidenza, in Emilia-Romagna. Secondo la tradizione Tomaso Becket avrebbe sostato nel 1167 presso tale commenda durante il suo viaggio verso Roma dalla Francia, dove era stato posto in esilio: questa circostanza storica sembra avvalorare la particolare predilezione del Santo per i Templari e viceversa. L'affresco posto all'interno della chiesa rappresenta la Santa Trinità composta da tre persone, identiche e vestite di rosso, che congiungono le mani; sul desco imbandito è possibile osservare l'inusuale presenza di tre calici, uno per soggetto, quasi a simboleggiare anche la triplicità del "Santo Graal". Nell'affresco vi è pure un S. Michele Arcangelo in funzione di "psicopompo", che porta sulla tunica bianca una vistosa croce rossa che ricorda quella dei Templari: questi infatti avevano una particolare venerazione per il Santo. A seguire, nel dipinto, una crocefissione di discreta fattura che ricorda lo stile di un Cimabue e che ci fa inquadra l'affresco tra la fine del '200 e gli inizi del '300, quindi ancora in epoca templare. Concludendo la disamina di questa chiesa, segnalo l'opinione di Bianca Capone che fa derivare il toponimo Carobiolo dal latino quadrivium, così come le parole carrobbio, carruggio e carrefour, che vogliono indicare il crocevia. Suggestivamente una trinità templare posta al crocevia d'importanti strade di pellegrinaggio, può forse spiegarsi con la primitiva presenza di una divinità pagana triforme (ECATE per esempio) e con una successiva opera di sincretismo religioso. Coincidenza vuole che tre teste di moro, identiche, compaiano anche nel blasone di famiglia del primo Gran Maestro dei Templari, Hugues de Payens. In conclusione di questo articolo vorrei sottolineare una certa particolarità: la mia città, Treviso, sede d'importanti insediamenti templari, per tradizione ha sempre avuto come simbolo iconografico di riconoscimento la persona con "tre-visi". Resa famosa dall'opera Iconologia di Cesare Ripa, tale raffigurazione ha sempre caratterizzato la Marca Trevigiana: come ad esempio ho posto, all'inizio di questo testo, la fotografia dell'erma triforme che troneggia al municipio della città
(in uno specchietto): Una rarità iconografica La suggestiva chiesa di S. Giuliana, a Vigo di Fassa, nelle alpi trentine, conserva una interessante e, davvero unica nel suo genere, testimonianza iconografica. Si tratta di un affresco tardogotico in cui appare il cosidetto volto tricefalo rappresentante la Trinità cristiana. La particolarità sta che l'artista ha voluto comunque sottolineare quale dei tre volti rappresenta quello di Gesù Cristo, diversificato per la presenza della barba e dei capelli non bianchi, ma ancora pigmentati di un bel colore rosso bruno a significare senz'altro la sua età giovanile; il volto di Cristo sta "alla destra del Padre". Per quanto ne so, non conosco altri esempi iconografici che presentano allo stesso tempo il sincretismo della Trinità in una testa mostruosa e comunque la sua diversità nelle tre persone. Se i lettori della nostra rivista hanno informazioni di altri particolari tricefali possono con facilità segnalarlo alla nostra redazione.
Shambala: il Regno dell'Oro Il 31 luglio scorso gli organi di stampa internazionali diffondevano la notizia, pubblicata inizialmente dal Beijing Review, della scoperta, avvenuta nel nord del Tibet, di un insieme di tombe molto antiche. Questo gruppo di otto sarcofaghi in pietra, disposti ordinatamente, ha richiamato la curiosità degli archeologi perché la pietra con la quale sono realizzati non è presente in Tibet, sebbene le sepolture siano poste a ben 4.650 metri d'altezza. La gente del Tibet, dedita al Buddismo, non ha mai avuto una tradizione di sepolture in sarcofaghi, pertanto gli archeologi, guidati dal dott Cewang della Tibet University, hanno concluso che tali sepolture devono risalire ad un periodo compreso tra i 3.000 ed i 4.000 anni fa, almeno 1.300 anni prima che il buddismo fosse introdotto in Tibet. Questo ci riporta ad un periodo storico in cui il Tibet era abitato da un popolo la cui religione era chiamata "Bön", un credo su base sciamanica che proponeva la completa unificazione dell'uomo con le forze della natura, che rappresentavano il divino. Questa tradizione si trasmise successivamente anche al buddismo e fu codificata nella dottrina del Kalachakra (la "Ruota del Tempo"), uno dei manoscritti sacri inerenti le pratiche meditative più antiche trasmesse dalla tradizione buddista, che propone ancora una visione animista del mondo, il cui perno è un centro situato su un piano dimensionale diverso dal nostro, noto con il nome tibetano di Shambhala. Comprendere questa dottrina significa penetrare nella storia più antica del Tibet. Secondo quanto sostengono alcune cronache tradizionali tibetane, l'esistenza di questo regno risalirebbe, infatti, ad un periodo di gran lunga anteriore all'apparizione storica del buddismo. Alcuni Lama confermano che la sua origine dovrebbe essere fatta risalire all'inizio del mondo. Da parte loro, i seguaci del Bön l'identificano con Olmolungring, il paese ancestrale situato a nord-est del Tibet, dove sostengono che, più di 17.000 anni fa, ebbe origine tale tradizione religiosa. La Fonte della Felicità Shambhala, in Sanscrito, significa "Fonte della Felicità". I Lama tibetani sono fermamente convinti della sua esistenza e lo situano in un punto imprecisato dell'Asia Centrale. Questo recondito regno sarebbe situato in una qualche località a nord di quello che le scritture buddiste chiamano il fiume Sita e che vari studiosi contemporanei hanno identificato con il fiume Tarim, nella regione autonoma cinese di Sinkiang Uigur. Questo corso fluviale nasce fra le montagne di Kunlun e scorre - in prossimità del 42° parallelo - attraverso il deserto di Takla Makan e la catena montuosa di Tien Shan (le cosiddette "Montagne Celesti" dei taoisti), lungo un'estesa zona scarsamente popolata, dai confini incerti e politicamente instabile, che è tuttora uno dei luoghi meno esplorati del pianeta. In questa zona sono state trovate delle misteriose mummie bianche di razza caucasica e dalla pelle tatuata (molto simili agli ormai scomparsi Maori di razza bianca della Polinesia) che potrebbero appartenere ad alcuni degli antichi rappresentanti della religione sciamanica Bön, autori delle costruzioni in pietra di cui oggi il Tibet è pieno. Sebbene gli antropologi e gli archeologi siano ancora sconcertati da questo ritrovamento, è probabile che si tratti dei primissimi abitanti del Tibet, dai quali, probabilmente, derivò la dottrina del Kalachakra. Secondo quanto riferiscono le antiche scritture, Shambhala è circondata da un anello di risplendenti montagne innevate che proteggono il regno da coloro che non sono sufficientemente preparati per avvicinarsi ai suoi domini. Questo regno si celerebbe in un'altra realtà dimensionale parallela alla nostra (cfr. "Scienza di Ieri" pag. 46). Secondo l'antica dottrina tibetana, l'invisibile presenza di Shambhala non ha mai smesso né mai smetterà di influire sugli avvenimenti del nostro mondo profano. Shambhala, secondo quanto narrano i monaci tibetani, appare intimamente connessa alla pratica delle tecniche di meditazione del Kalachakra, poiché, secondo la loro tradizione, furono proprio queste ultime a permettere ai suoi abitanti di raggiungere una peculiare condizione d'invisibilità dal mondo esterno, di cui godrebbero ancora oggi. Le scritture del Kalachakra riferiscono che il sovrano di questo regno leggendario, nella tradizione buddista chiamato "Sanat Kumara" (ma che altrove ha preso vari epiteti quali "Re del Mondo" o "Prete Gianni" e che può essere identificato con il Melchitzedeq della tradizione occidentale, N.d.R.) possiede uno specchio magico con il quale può contemplare avvenimenti che accadono a migliaia di chilometri dal suo palazzo. 17.000 anni orsono... La prima menzione di Shambhala è collegata alla figura di Siddharta Gautama (il Buddha Shakyamuni, fondatore di questa corrente religiosa). Secondo le scritture del Kalachakra, i cui commentari sono vecchi di secoli, quando il Buddha raggiunse il suo ultimo anno di vita, tramandò questi insegnamenti nella città di Dhanyakataka, in India meridionale. Però, quel che più ci interessa sottolineare è che anche un re di nome Sucandra, che fu il primo sovrano di Shambhala ricordato dalle cronache, ricevette tali insegnamenti. Sucandra tornò nel suo regno, si dedicò intensamente alla pratica delle tecniche di meditazione apprese e, così facendo, divenne il primo monarca e maestro spirituale di un lignaggio di sovrani che ha insegnato queste dottrine nell'arco di più di 2.000 anni. In questo modo, sebbene originariamente il Buddha insegnò questo tantra in India, non fu in questa nazione che l'insegnamento del Kalachakra raggiunse il suo apogeo, bensì nel misterioso regno di Shambhala. Là si preservò per più di un millennio, finché, intorno al 960 d.C., questi tantra furono nuovamente diffusi in India grazie ad uno yogi di nome Chilupa, ed ebbero un'ampia ripercussione nelle regioni del Bengala e del Kashmir. In quella stessa epoca vissero altri maestri di grande reputazione, fra i quali spiccano Pindo Acharya e Naropa - un personaggio che visse in quella che è l'odierna isola di Giava - i cui insegnamenti sono gli unici che, attraverso il Tibet, siano stati tramandati ininterrottamente fino ai nostri giorni. Secondo quanto sostengono alcuni maestri tibetani, esistono ancora degli insegnamenti del ciclo del Kalachakra, nascosti a Borobudur (Giava) in un tempio costruito ad immagine dello stupa di Dhanyakataka, dove il Buddha tramandò l'insegnamento originale. Nel periodo in cui, dopo la loro permanenza nel regno nascosto, gli insegnamenti del Kalachakra tornarono in India (nel X secolo), i musulmani erano sul punto di eliminare il buddismo dal subcontinente indiano. Ed è questo il motivo principale per cui questo insegnamento tantrico, in India, conoscerà solo un breve momento di splendore. Ciò nonostante, visse un rinnovato sviluppo in Tibet, dove non solo prosperò, essendo stato insegnato e praticato fino all'epoca attuale, ma giunse persino a diffondersi in Occidente. Qui, negli ultimi vent'anni, l'iniziazione del Kalachakra è stata tramandata per mano di grandi maestri del buddismo tibetano quali il Dalai Lama, Kalu Rinpoche, Lopön Chetchu Rinpoche e Sakya Trizin Rinpoche. Shambhala e l'Occidente Shambhala iniziò ad essere nota nell'ambiente culturale dell'Occidente per mezzo dei primi missionari cattolici, che viaggiarono in Asia centrale per tentare di convertire al Cristianesimo gli abitanti di quelle remote regioni. Infatti, dai documenti risulta che, già nel XVII secolo, i portoghesi Joao Cabral ed Estevao Cacella, mentre cercavano di trovare una pista che collegasse l'India e la Cina passando per il Tibet, sentirono parlare di un regno occulto che essi chiamarono "Xembala". Due secoli più tardi, anche un altro missionario cattolico, l'Abate Huc, annotò un'ulteriore versione del mito di Shambhala. Verso la fine del XIX secolo l'Occidente iniziò a sfruttare politicamente la leggenda di questo regno. Tanto la Russia quanto l'Inghilterra parteciparono a quello che fu definito il "Grande Gioco", un eufemismo per riferirsi alla battaglia in corso fra queste due potenze mondiali per il controllo degli altopiani del Tibet e di un'estesa zona dell'Asia Centrale. Quest'episodio vide coinvolto un Lama di nome Dorjieff (Agvan Dorzhiev 1854-1938) che si è voluto identificare con G.I. Gurdjieff, il celebre maestro armeno creatore del Quarto Cammino. Tuttavia, dobbiamo sottolineare il fatto che Dorjieff non aveva nulla a che vedere con il Gurdjieff noto a tutti (anche se così risulta da numerose pubblicazioni di carattere esoterico) ed era invece un Lama buddista d'origine buriata che fungeva da rappresentante diplomatico dello Zar Nicola II (alcuni sostengono che fosse anche una spia al suo servizio) alla corte del XIII Dalai Lama. Lama Dorjieff ricevette anche il permesso di erigere, fra il 1909 ed il 1915, un tempio dedicato al Kalachakra nella città di San Pietroburgo. Anche altri importanti personaggi della tormentata Russia degli inizi del XX secolo furono connessi al mito di Shambhala, come l'artista ed esploratore Nicolas Roerich. Sedotto dal mito di questo regno, Roerich organizzò varie spedizioni di ricerca e, in un periodo posteriore della sua vita, promosse ed ottenne che fosse istituito il Patto Roerich ed il suo simbolo, la "Bandiera della Pace": un trattato internazionale nel quale le nazioni firmatarie s'impegnavano a rispettare e salvaguardare tutti i tesori culturali e scientifici, sottoscritto anche dall'Unione degli Stati Americani nel 1934. In seguito, nel 1954, il Patto Roerich venne modificato nella Convenzione dell'Aia. Uno dei politici che convinsero Roosevelt a firmare il Patto Roerich fu Henry Wallace, Segretario all'Agricoltura, che in seguito venne eletto vicepresidente di Roosevelt, nel 1940. Discepolo spirituale di Roerich, Wallace finanziò con fondi pubblici una delle spedizioni di ricerca del regno di Shambhala, con l'intento ufficiale di scoprire delle varietà di piante resistenti a condizioni d'estrema siccità, sebbene in privato si ammettesse che l'obiettivo reale era cercare i segni di quella che Roerich chiamava la "Seconda Venuta": qualcosa che, come vedremo, è connesso alla profezia di Shambhala. Il mitico regno venne anche identificato dalla Teosofia come dimora dei Mahatma (le grandi anime), i maestri della grande gerarchia bianca che guida i destini spirituali del nostro pianeta e che spesso si manifesterebbero da Shambhala in questo piano dimensionale sotto l'aspetto di energie luminose, erroneamente scambiate per UFO, e di cui lo stesso Roerich fu testimone. Helena Petrovna Blavatsky - un altro personaggio russo legato al mito di Shambhala - affermava di aver canalizzato gran parte degli insegnamenti teosofici provenienti da un gruppo di maestri che vivevano in un luogo nascosto, oltre la catena montuosa dell'Himalaya. Tuttavia, l'effettiva localizzazione di questo luogo straordinario ed ignoto restò sempre molto imprecisa. L'Età dell'Oro Nelle scritture del Kalachakra sono presenti anche elementi profetici, come avviene in tutte le tradizioni religiose mondiali (si pensi all'Apocalisse di S.Giovanni della nostra Bibbia). La profezia contenuta nelle scritture del Kalachakra si concentra principalmente sul tema dello scontro che avverrà tra le forze del Dharma, cioé della verità e della giustizia, e le forze della barbarie e del materialismo, e sull'Età dell'Oro che ne seguirà. Secondo i testi tradizionali, entro pochi decenni il re di Shambhala irromperà nel mondo esterno per liberare gli esseri umani dal materialismo imperante. Seguendo la genealogia dei sovrani di Shambhala, questi sarà il 25° del suo lignaggio e sarà noto con il nome di Rudrachakrin ("Colui della Ruota Violenta"). Per spiegare questa profezia e per situarla cronologicamente, i testi del Kalachakra stabiliscono un parallelismo fra alcuni importanti avvenimenti storici del mondo esterno e la genealogia dei suoi re. Ad esempio, essi collocano durante il regno del loro 10° re il sorgere dell'Islam nel "paese della Mecca". La maggioranza delle fonti concordano nell'affermare che il 21° re di Shambhala, Anirudha ("l'Inarrestabile"), iniziò il suo regno intorno all'anno 1927 e governerà approssimativamente fino al 2027, poiché si suppone che i regni di questi monarchi durino cent'anni, in accordo con la vita media degli abitanti del regno. La profezia prosegue dicendo che, durante la reggenza di Anirudha, il buddismo e gli insegnamenti del Kalachakra si estingueranno quasi completamente in Asia e che tale stato di cose proseguirà fino all'avvento del già citato Rudrachakrin, il cui regno giungerà intorno al 2327. Altri autori credono, tuttavia, che l'avvento del regno del 25° re potrebbe giungere in una data molto più vicina, forse in un prossimo futuro, poiché - secondo quanto argomentano - non tutti i sovrani di Shambhala hanno regnato per un periodo completo di cento anni. Chögyam Trungpa, celebre Lama tibetano che sviluppò la sua attività didattica in Occidente, affermava che il regno d'alcuni sovrani di Shambhala risultò abbreviato dalla morte prematura di alcuni Dalai Lama. Anche se la determinazione cronologica del momento in cui avrà luogo tale scontro non risulta troppo precisa, possiamo tuttavia basarci sulla situazione generale che, secondo le scritture, prevarrà immediatamente prima della completa manifestazione di questo regno sacro nella nostra dimensione spazio-temporale: conflitti bellici, carestie, epidemie, droghe, malattie ignote ed altri disastri affliggeranno un mondo nel quale l'umanità avrà perso qualunque percezione di ciò che significa la vera spiritualità e gli unici "dei" che adorerà saranno la ricchezza, l'ostentazione ed il potere. La profezia narra anche che due fazioni di materialisti si disputeranno il dominio del pianeta finché una delle due si ergerà a vincitore assoluto. In questo modo la potenza vittoriosa, totalmente ignara dell'esistenza di Shambhala, giungerà a credere che non esista nulla di più potente sulla faccia della Terra. Ciò nonostante, arriverà il momento in cui questo governo saprà della sua esistenza e allora pretenderà di sottomettere anche il regno al suo controllo, un atto d'aggressione che obbligherà Rudrachakrin ed i suoi eserciti ad uscire dai limiti di Shambhala per sostenere una guerra aperta contro gli attaccanti. Va sottolineato che il 'segno' che stabilirà l'inizio del regno di Rudrachakrin sarà una "grande ruota di ferro che discenderà dal cielo". Secondo la profezia avverranno diverse battaglie: si parla, ad esempio, del combattimento che si svolgerà nei pressi della città della Mecca. Ma la battaglia decisiva avverrà a sud del fiume Tarim, in una località situata in Iran o, forse, in Turchia. I testi spiegano anche che, dato che i barbari materialisti del mondo esterno disporranno di ogni tipo di tecnologia bellica, Rudrachakrin si vedrà obbligato a combatterli non solo con le sue temibili 'ruote volanti' ma anche con mezzi molto più sottili e sofisticati che, in definitiva, saranno quelli che gli daranno la vittoria. Così, secondo la profezia, questo re entrerà in uno stato di trance meditativo profondo, grazie al quale creerà un magico esercito con cui sconfiggerà i suoi sconcertati avversari . Secondo le profezie, fra i combattenti che accompagneranno il re si troveranno anche le reincarnazioni di molti importanti e celebri Lama che per molti secoli hanno pregato costantemente di poter rinascere al tempo in cui avrà luogo tale battaglia. Si dice anche che tutte le persone che abbiano ricevuto l'iniziazione del Kalachakra formeranno parte dell'esercito di Shambhala. Dopo la sconfitta dei barbari, Rudrachakrin estenderà il suo dominio su tutto il pianeta, allora sorgerà l'alba dell'Età dell'Oro, in una sorta di ritorno universale al Paradiso e tutto il pianeta si trasformerà in un'estensione di Shambhala. Il significato della profezia Dobbiamo essere molto prudenti, tuttavia, e non tentare di trasformare gli affascinanti insegnamenti del Kalachakra e tutto ciò che concerne la ricerca del regno occulto in una scusa per eludere i doveri della vita quotidiana. L'autentico ricercatore di Shambhala non parte in cerca di questo santuario segreto per sfuggire alla realtà, bensì per addentrarsi maggiormente in essa. In questo senso il regno simboleggia la regione più profonda del nostro essere, quell'ambito interiore che è la vera fonte di tutta la saggezza, il mistero e la purezza di cui possiamo godere nella nostra vita. In realtà, come propongono gli insegnamenti del buddismo tantrico, dovremmo cercare di trasformare il nostro stesso ambiente quotidiano nel meraviglioso regno di Shambhala, ovvero, dovremmo sforzarci di trovare l'atemporale nel momento presente, l'indistruttibile nell'effimero e la spiritualità fra le imperfezioni del mondo materiale. In questo senso la profezia possiede anche un altro piano di lettura il quale ci suggerisce che, qualunque cosa accada nella nostra vita, noi raggiungeremo la piena felicità perché il nostro vero Io, la nostra identità profonda - l'equivalente del re di Shambhala - finirà per imporsi alle forze dualiste dell'egoismo e della sofferenza. Insomma, la guerra potrebbe rivelarsi più interiore che esteriore e la vittoria sarà quella sui nostri stessi 'demoni'. Seguendo questa linea d'interpretazione, esiste un'antica storia tibetana molto significativa che narra di un giovane il quale, in cerca di questo misterioso regno, durante le sue peregrinazioni giunse alla caverna in cui viveva un vecchio eremita. Questi gli chiese: "Dove stai andando?" "Vado a Shambhala" rispose il giovane. "Ah, molto bene - disse l'eremita - ma allora non dovrai andare molto lontano. Perché devi sapere che il regno di Shambhala si trova nel tuo cuore" .
Una grande scoperta archeologica è avvenuta in Israele, a Gerusalemme, nel 2000, ad opera di un famoso e stimato archeologo: il dottor Shimon Gibson. La notizia è stata data alla stampa di mezzo mondo circa un mese fa ed è comparsa sui più importanti giornali del globo, riscuotendo grande interesse. Ma, stranamente, nel nostro Paese nessun giornale ha riportato la sensazionale scoperta. Vi chiederete di che notizia si tratti per "subire" un tale trattamento. È il ritrovamento di una tomba risalente al I secolo d.C. contenente, ed è qui la sensazionalità della notizia, un telo sindonico sepolcrale. L'importanza è dovuta al fatto che si tratta dell'unica sindone del tempo di Gesù venuta alla luce dalle centinaia di tombe che si trovano attorno a Gerusalemme. Ed è, altresì, ancor più importante perché questa sindone può aiutare a spiegare, almeno in parte, il mistero della più nota Sindone di Torino. Abbiamo voluto saperne di più, andando a scovare il diretto interessato. Cosa non facile, a dir la verità, in quanto il dottor Gibson risiede a Gerusalemme e, a parte l'attuale situazione di tensione, è perennemente occupato nei suoi scavi. Gibson è un archeologo di fama internazionale, impegnato archeologicamente in Terra Santa da oltre 25 anni, ed è il direttore della Jerusalem Archaeological Field Unit. Ci preme sottolineare il fatto che questa scoperta è stata effettuata ben due anni fa e che, prima di essere divulgata al resto del mondo, ha "passato" numerose prove e controlli. Non ultimo quello della datazione al radiocarbonio effettuata dal laboratorio dell'Università dell'Arizona, a Tucson, negli Stati Uniti, il cui direttore è Douglas Donohue, colui che nel 1988 ha datato anche la Sindone di Torino . Simon Gibson Mentre visitavo con un gruppo di studenti il sito di Akeldama, nella Valle Inferiore dello Hinnom, uno di essi mi fece notare il frammento di un ossario di pietra, proprio di fronte all'apertura di una tomba scolpita nella roccia. Benché le tombe di quel sito fossero state studiate dagli archeologi già nel '900, questa era stata aperta dai tombaroli solo di recente. È un peccato che sia toccato a loro aprirla poiché hanno causato danni notevoli, vandalizzando gli ossari di pietra, facendoli a pezzi e prendendo con sé solo i reperti più belli e quelli con le iscrizioni. Mentre osservavo lo scenario della devastazione, notai sul pavimento di uno dei loculi qualcosa che somigliava ad uno strato di fango nero. Esaminando la sostanza più accuratamente vidi che non si trattava affatto di fango, ma che erano i resti carbonizzati di un tessile. Restai basito perché capii che quella sarebbe stata la prima tela sindonica trovata in una tomba del I° secolo dopo Cristo intorno a Gerusalemme. La domanda che mi venne in mente subito fu se quella fosse una sindone del tempo di Gesù. Negli ultimi vent'anni ho studiato l'antica Gerusalemme ed ho esaminato alcuni siti che sono tradizionalmente legati alla vita ed alla morte di Gesù, come le Piscine di Bethesda, il Pretorio e la Chiesa del Santo Sepolcro e quindi ho capito immediatamente che la mia era una scoperta importante. Una sindone del tempo di Gesù a Gerusalemme è una scoperta singolare. Dovevo essere certo al 100% che questa fosse una sindone databile al I° secolo dopo Cristo e che la tomba non fosse stata riutilizzata da monaci bizantini, come altre tombe nelle immediate vicinanze di Akeldama. Per questo è stato necessario fare molte ricerche ed altrettante analisi, contattando vari esperti per convincerli a trovare il tempo di effettuare test ed analisi approfondite sulla nostra sindone, prima di poter divulgare la notizia al mondo. La scoperta di una sindone in una tomba del I° secolo dopo Cristo a Gerusalemme è realmente eccezionale. Finora, infatti, intorno alla città sono stati trovati solo pochi frammenti di tessuti. In verità, le sindoni si conservano molto bene in aree molto aride, come ad esempio la regione del Mar Morto, che ha portato alla conservazione dei famosi scritti esseni Se questi rotoli fossero stati nascosti in una grotta a Gerusalemme, si sarebbero decomposti completamente. La nostra sindone si è conservata per miracolo, a causa di un'anomalia geologica della grotta tombale. Nella roccia esisteva una fessura naturale, infatti, quando gli operai vennero a scolpire la tomba nel primo secolo, si videro costretti ad alzare uno dei loculi dal livello del pavimento verso il soffitto. Con le infiltrazioni d'acqua deviate al di sotto ed intorno alla camera sepolcrale, che peraltro era chiusa da una porta di pietra e sigillata con dell'intonaco, la sindone ha goduto di condizioni eccezionali, che hanno portato alla sua conservazione. Il laboratorio che ci ha fornito la datazione al C-14 è quello di Tucson, lo stesso che ha datato la famosa Sindone di Torino (in realtà è uno dei tre laboratori, gli altri sono a Zurigo e Oxford, N.d.R.). Quando abbiamo trovato la Sindone di Gerusalemme, la prima cosa che ci è apparsa molto chiara è che saremmo dovuti riuscire ad avere una datazione esatta dei tessuti. Come ho detto prima, la tomba era stata violata ed ho pensato che questo sarebbe potuto accadere già in epoca anteriore e che i tessuti potessero quindi risalire al periodo Bizantino o Ottomano. A poca distanza dalla nostra tomba ce n'è un'altra che fu riutilizzata come cappella dai Crociati. Quindi, dovevamo essere molto cauti e riservarci il giudizio sulla datazione della nostra sindone dopo la risposta definitiva del Dott. Doug Donohue, a capo del laboratorio. L'esame ha dato risposta affermativa ed ha confermato che si tratta di una sindone databile al I° secolo dopo Cristo. Per la prima volta eravamo di fronte ad una sindone di Gerusalemme, databile al tempo di Gesù e che si poteva confrontare con quella più famosa di Torino. Sfortunatamente, parecchi ossari rinvenuti nella tomba sono stati distrutti dai tombaroli, che quasi certamente hanno portato via i pezzi più belli e quelli con le iscrizioni. Però, per nostra fortuna, hanno tralasciato alcune iscrizioni che sono state esaminate e studiate dal mio collega archeologo Boaz Zissu, il quale ha anche partecipato alla scoperta. Una di queste iscrizioni porta il nome ebraico di Maria, probabilmente perché in quel periodo era un nome molto comune, come lo erano, di fatto, anche Giuseppe e Gesù. La studiosa che si occupa dei tessuti, la signora Orit Shamir, è un'esperta di stoffe e tessuti antichi. Le è stato possibile affermare che mentre la tessitura del reperto è una tessitura semplice, la direzione della filatura indica che il tessuto proveniva da un luogo al di fuori della Palestina del Nuovo Testamento, presumibilmente da un paese del Mediterraneo, come la Siria o l'Egitto. L'équipe medica guidata dal Dott. Chuck Greenblatt ha accertato che la maggior parte della sindone è fatta di lana, ma recenti analisi hanno rivelato anche una parte di lino. Si tratta probabilmente del velo che copriva la testa del defunto. È interessante notare che nel Vangelo si parla di due tipi di teli sindonici nella tomba vuota di Gesù. Sotto la parte superiore della sindone, con nostra grande sorpresa, abbiamo trovato una folta ciocca di capelli, anch'essi conservatisi molto bene. Uno studioso dell'équipe medica, Azriel Gorski, li ha esaminati e ha rivelato che erano molto puliti, fatto abbastanza insolito per quei tempi. Ciò ci fa ritenere che l'uomo della sindone provenisse dall'alta società, che avesse un'origine aristocratica o sacerdotale. Per coloro che sono interessati agli ultimi giorni di vita di Gesù, costituisce un fatto molto importante l'essere riusciti a ricostruire il modo esatto in cui, all'epoca, i defunti venivano preparati per essere poi deposti nella tomba. La ricostruzione è la seguente: il corpo veniva coperto di olio e unguenti e strofinato, poi messo in posizione quasi verticale e lavato con acqua affinché tutte le impurità scendessero dalla testa ai piedi. Poi il corpo veniva avvolto in una sindone, forse con un telo separato per la testa. Infine, veniva deposto nel loculo, dentro la camera sepolcrale. Dopo circa un anno, quando il corpo si era ormai decomposto, i membri della famiglia del defunto andavano nella tomba e raccoglievano le ossa per deporle nell'ossario. Ad alcuni membri di importanti famiglie, però, era concesso di rimanere nella loro sepoltura primaria e cioè nel loculo. Inoltre, è probabile che i defunti che erano stati affetti da malattie come la tubercolosi o la lebbra fossero lasciati anch'essi nel loculo, per paura del contagio. Possiamo affermare con sicurezza che il nostro uomo della sindone sia stato una persona ricca e, forse, appartenente ad una delle famiglie di sacerdoti, esaminando il tessuto di lana della sindone ed i capelli puliti. La nostra équipe medica ha accertato, analizzando il DNA dell'individuo, che costui è morto di tubercolosi, una malattia molto dolorosa, e che, inoltre, era anche affetto da lebbra. Di lebbra non si muore, ma di tubercolosi sì. Se l'individuo fosse appartenuto ad una famiglia di sacerdoti, secondo la legge religiosa ebraica non avrebbe potuto officiare nel Tempio Ebraico, anche se forse lo aveva fatto in un precedente periodo della sua vita. In effetti, Lei ha ragione. L'antropologa Debbie Sklar, che esaminò le ossa dell'individuo, ha notato che una di esse presentava una "strana patologia". Quello che vide erano segni simili a fori in una delle ossa. Questo indica che la malattia dell'individuo della sindone, e cioè la lebbra, era penetrata oltre la pelle e la carne, fino alle ossa dell' ammalato. Non c'è nessun nesso tra la nostra tomba e quella di Giuseppe d'Arimatea. Secondo il Vangelo, Giuseppe d'Arimatea si offrì di far seppellire Gesù nella sua tomba, che non era ancora finita. La posizione tradizionale della tomba di Giuseppe è a nord-ovest della città antica, non lontano dalla Porta di Gennath (la Porta dei Giardini). Sappiamo che l'area si estendeva dalla zona nord-ovest della città in direzione sud, ed includeva le tombe di Gran Sacerdoti come Giovanni Hyrcanos, ed anche Annas. È quindi possibile che Giuseppe d'Arimatea avesse la sua tomba da qualche parte in quest'area, ma non necessariamente nella Valle dello Hinnom. Ho scritto un libro sulla storia e l'archeologia della Chiesa del Santo Sepolcro, e credo fermamente che la posizione tradizionale per la tomba di Gesù sotto la Chiesa sia la più probabile. La posizione esatta della tomba di Gesù è rimasta ignota, perché dal tempo della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70 d.C., c'è stata un'interruzione fino alla riscoperta della tomba ai tempi di Costantino il Grande, agli inizi del IV secolo. Però, io credo fermamente nel potere della tradizione orale. Se la conoscenza del luogo dove si trovava la tomba di Gesù era importante per i Giudeo-Cristiani, allora certamente avrebbero conservato questa conoscenza fino al tempo della visita della madre di Constantino, Elena, e l'indicazione di tale posto da parte del vescovo Macheronte. L'archeologia dell'area sotto la Chiesa del Santo Sepolcro conferma quanto sappiamo di cimiteri del I° secolo d.C., con giardini irrigati dalle piscine di Ezekiah, vicino ad una porta ed una strada che conduceva fuori dalla città. Il posto sembra una scelta naturale per le crocifissioni e Gesù è stato "fortunato" ad avere Giuseppe d'Arimatea, perché altrimenti il suo corpo sarebbe stato gettato in una delle fossi comuni. Gli ebrei ultra-ortodossi si oppongono allo scavo di tombe antiche da parte degli archeologi, con la motivazione che solo il futuro Messia può avere contatti con i morti. Questa visione limitata significa che ossa antiche possono finire polverizzate sotto le ruspe. Inoltre, dimostra una certa cecità perché le leggi della religione ebraica del I° secolo d.C. permettevano il trasferimento di ossa umane da un posto ad un altro, quando i limiti della città si espandevano. Se Gesù non fosse risorto, le sue ossa sarebbero state rimosse e sepolte nuovamente da un'altra parte, perché la città si espanse oltre l'area della tradizionale tomba circa dieci anni dopo la sua morte. Tornando alla mia "personale" relazione con gli ultra-ortodossi, in quanto archeologo sono sempre stato molto rispettoso verso i morti ed ho scavato solo tombe che erano in pericolo di distruzione a causa dello sviluppo moderno o che erano state violate dai tombaroli. Gli ultra-ortodossi, però, non la vedono così e mi hanno maledetto dicendo che le mie mani si sarebbero disseccate e cadute e che sarei stato dannato. Essendo un archeologo, non ho un secondo fine. Sono nell'eccezionale posizione di poter studiare e scavare siti e luoghi di significato religioso come la Spianata del Tempio, le Piscine di Bethesda, la Chiesa del Santo Sepolcro ed il Pretorio di Ponzio Pilato, senza (spero) nessun pregiudizio scientifico, politico o religioso. Io sono in cerca della verità. La Valle di Hinnom è un posto con una certa reputazione. Già al tempo dei Cananei era il sito del Tofet, dove i neonati erano sacrificati agli dèi degli Ammoniti. Tutte le aree con tombe scavate nella terra erano considerate, fino ad un certo periodo, come le porte degli inferi (Sheol). Inoltre, la Valle di Hinnom portava gli scarichi della città nella sua parte inferiore, e non ci sorprende affatto che questo posto avesse fama di un luogo di discarica, dove i lebbrosi andavano a spasso. Ed è perciò possibile che questa fosse l'idea che la gente aveva degli Inferi. E' interessante notare che le tombe dei ricchi e famosi erano situate sul pendio opposto alla città, a significare che il proprietario della tomba poteva vedere la sua dimora eterna. Tra questa e la città era situata la Valle di Hinnom. La Sindone di Torino suscita molte emozioni nelle persone. Io mi devo fidare dell'evidenza scientifica, giudicando manufatti ed oggetti archeologici e di importanza religiosa. La Sindone di Torino è senza dubbio un oggetto eccezionale. Tanto inchiostro è stato versato sulla funzione, età e datazione di questa sindone. Prima di tutto la tessitura complicata, che secondo alcuni esperti con cui ho parlato, sembra indicare una datazione che al più presto risale ai secc. XII - XIV. E' probabile che questo tessuto risalga a tempi antecedenti, ma questa è una cosa che deve essere provata dagli esperti di tessuti. La datazione al C-14 della Sindone di Torino ha evidenziato una probabile datazione risalente al periodo medievale. Si potrebbe supporre che la datazione al radiocarbonio dati solo i materiali organici lasciati dai devoti che hanno toccato la Sindone lungo il corso degli anni. Ma se paragono le informazioni che abbiamo dalla Sindone di Gerusalemme, allora le differenze appaiono chiarissime. La tessitura è molto differente e sembrerebbe che la Sindone di Gerusalemme fosse composta di due pezzi, il lenzuolo che avvolgeva il corpo ed il pezzo che copriva la testa. Io personalmente non ho mai visto la Sindone di Torino e quindi mi riservo il giudizio sulla sua datazione ed identificazione (1). Giuseppe Flavio era uno storico ebreo del primo secolo d.C. e ci ha fornito informazioni eccezionali sulla città di Gerusalemme e sulle sue vicinanze, prima delle distruzione da parte di Tito e dei Romani nell'anno 70 d.C. (cfr. HERA n°22, pag. 60 e HERA n°23, pag. 68). Giuseppe Flavio menziona anche la tomba del Gran Sacerdote Giovanni Hyrcanos, nella Valle Superiore dello Hinnom, e la tomba del Gran Sacerdote Annas nella Valle Inferiore dello Hinnom (Akeldama). Scavi condotti in anni recenti nella Valle Inferiore dello Hinnom hanno portato alla luce la tomba del Gran Sacerdote Caifa. Sembra quindi che abbiamo a che fare con un cimitero di Gran Sacerdoti, delle famiglie di sacerdoti e degli aristocratici. E poiché la "nostra" tomba era situata molto vicino alla tomba di Annas, sembra logico pensare che si tratti della tomba di una famiglia di sacerdoti, anche se niente nella tomba conferma o nega questa idea. E poiché il nostro uomo della sindone era un lebbroso, come già detto in precedenza, anche se avesse fatto parte di una famiglia di sacerdoti, non avrebbe mai potuto officiare nel Tempio, a meno che non lo avesse fatto in un periodo precedente della sua vita. Siccome l'uomo della sindone è morto di tubercolosi, resa ancora più terribile dalla lebbra, possiamo pensare che, essendo un uomo ricco e di un certo rango, abbia cercato in tutti i modi di curare la sua malattia. È quindi possibile che sia andato alle Piscine di Bethesda, che nel I sec. fornivano i mezzi per poter fare bagni e contrastare quel tipo di malattie. Io ho studiato dettagliatamente quelle piscine. Il Nuovo Testamento parla di Gesù che vi curò il paralitico (Giovanni, capitolo 5) ed il culto di "Serapis" veniva venerato in questo posto durante il periodo tardo romano recente. Gerusalemme, nel I secolo d.C., se posta a confronto, non era grande come le altre città della classicità, e la notizia di certi operatori di miracoli sarebbe sicuramente arrivata alle orecchie di tutti gli abitanti. Il nostro uomo poteva aver sentito del processo e dell'esecuzione di Gesù. Ma non ne possiamo essere certi. Inoltre, se l'uomo della sindone viveva sul Monte Sion avrebbe potuto essere uno spettatore a distanza della stessa crocifissione. È alquanto strano che, benché il mio particolare interesse archeologico sia nello studio dei paesaggi del tempo antico, io abbia avuto la fortuna di aver scavato e studiato alcuni dei siti più importanti della Cristianità, e in particolare i siti che sono in stretta connessione con la vita e la morte di Gesù. Ho studiato le Piscine di Bethesda, situate accanto alla Chiesa di Sant'Anna, dove Gesù curava gli ammalati. Inoltre, ho fatto delle ricerche sulla Spianata del Tempio, in ambienti sotterranei situati sotto i cortili del Tempio, dove Gesù rovesciò i tavoli dei cambiamonete. Sul Monte Sion ho scavato case datate al primo secolo d.C. vicino alla tradizionalecasa di Caifa, e lungo il Muro Occidentale ho studiato la porta che portava al cortile del Pretorio, dove Gesù fu processato davanti a Pilato. Ed infine ho fatto parte degli scavi sul Calvario, nella tomba di Gesù e nelle loro vicinanze. I risultati di tutte queste ricerche saranno incorporate in un mio libro intitolato "Gli ultimi giorni di Gesù".
| di Francesco Garufi | | Una grande scoperta archeologica è avvenuta in Israele, a Gerusalemme, nel 2000, ad opera di un famoso e stimato archeologo: il dottor Shimon Gibson. La notizia è stata data alla stampa di mezzo mondo circa un mese fa ed è comparsa sui più importanti giornali del globo, riscuotendo grande interesse. Ma, stranamente, nel nostro Paese nessun giornale ha riportato la sensazionale scoperta. Vi chiederete di che notizia si tratti per "subire" un tale trattamento. È il ritrovamento di una tomba risalente al I secolo d.C. contenente, ed è qui la sensazionalità della notizia, un telo sindonico sepolcrale. L'importanza è dovuta al fatto che si tratta dell'unica sindone del tempo di Gesù venuta alla luce dalle centinaia di tombe che si trovano attorno a Gerusalemme. Ed è, altresì, ancor più importante perché questa sindone può aiutare a spiegare, almeno in parte, il mistero della più nota Sindone di Torino. Abbiamo voluto saperne di più, andando a scovare il diretto interessato. Cosa non facile, a dir la verità, in quanto il dottor Gibson risiede a Gerusalemme e, a parte l'attuale situazione di tensione, è perennemente occupato nei suoi scavi. Gibson è un archeologo di fama internazionale, impegnato archeologicamente in Terra Santa da oltre 25 anni, ed è il direttore della Jerusalem Archaeological Field Unit. Ci preme sottolineare il fatto che questa scoperta è stata effettuata ben due anni fa e che, prima di essere divulgata al resto del mondo, ha "passato" numerose prove e controlli. Non ultimo quello della datazione al radiocarbonio effettuata dal laboratorio dell'Università dell'Arizona, a Tucson, negli Stati Uniti, il cui direttore è Douglas Donohue, colui che nel 1988 ha datato anche la Sindone di Torino (cfr. HERA n°17, pag. 38). Francesco Garufi: Dottor Gibson, grazie per l'opportunità che concede ai nostri lettori. Come certamente saprà, nel nostro paese, così come nel resto del mondo, la notizia del ritrovamento di una sindone sepolcrale crea un certo scalpore. Se poi questa sindone, come Lei afferma, è stata datata al I secolo dopo Cristo, l'interesse aumenta. Ci racconti quando e come è giunto a questa scoperta. Shimon Gibson: Mentre visitavo con un gruppo di studenti il sito di Akeldama, nella Valle Inferiore dello Hinnom, uno di essi mi fece notare il frammento di un ossario di pietra, proprio di fronte all'apertura di una tomba scolpita nella roccia. Benché le tombe di quel sito fossero state studiate dagli archeologi già nel '900, questa era stata aperta dai tombaroli solo di recente. È un peccato che sia toccato a loro aprirla poiché hanno causato danni notevoli, vandalizzando gli ossari di pietra, facendoli a pezzi e prendendo con sé solo i reperti più belli e quelli con le iscrizioni. Mentre osservavo lo scenario della devastazione, notai sul pavimento di uno dei loculi qualcosa che somigliava ad uno strato di fango nero. Esaminando la sostanza più accuratamente vidi che non si trattava affatto di fango, ma che erano i resti carbonizzati di un tessile. Restai basito perché capii che quella sarebbe stata la prima tela sindonica trovata in una tomba del I° secolo dopo Cristo intorno a Gerusalemme. La domanda che mi venne in mente subito fu se quella fosse una sindone del tempo di Gesù. F.G.: La scoperta risale all'anno 2000, come mai ha aspettato così tanto per divulgare la notizia? S.G.: Negli ultimi vent'anni ho studiato l'antica Gerusalemme ed ho esaminato alcuni siti che sono tradizionalmente legati alla vita ed alla morte di Gesù, come le Piscine di Bethesda, il Pretorio e la Chiesa del Santo Sepolcro e quindi ho capito immediatamente che la mia era una scoperta importante. Una sindone del tempo di Gesù a Gerusalemme è una scoperta singolare. Dovevo essere certo al 100% che questa fosse una sindone databile al I° secolo dopo Cristo e che la tomba non fosse stata riutilizzata da monaci bizantini, come altre tombe nelle immediate vicinanze di Akeldama. Per questo è stato necessario fare molte ricerche ed altrettante analisi, contattando vari esperti per convincerli a trovare il tempo di effettuare test ed analisi approfondite sulla nostra sindone, prima di poter divulgare la notizia al mondo. F.G.: La prima cosa che colpisce, di questo reperto, è il suo stato di conservazione. In una zona non desertica come può essere Gerusalemme, trovare un lenzuolo quasi intatto ha dell'incredibile. Come lo spiega? S.G.: La scoperta di una sindone in una tomba del I° secolo dopo Cristo a Gerusalemme è realmente eccezionale. Finora, infatti, intorno alla città sono stati trovati solo pochi frammenti di tessuti. In verità, le sindoni si conservano molto bene in aree molto aride, come ad esempio la regione del Mar Morto, che ha portato alla conservazione dei famosi scritti esseni (cfr. HERA n°29, pag.22). Se questi rotoli fossero stati nascosti in una grotta a Gerusalemme, si sarebbero decomposti completamente. La nostra sindone si è conservata per miracolo, a causa di un'anomalia geologica della grotta tombale. Nella roccia esisteva una fessura naturale, infatti, quando gli operai vennero a scolpire la tomba nel primo secolo, si videro costretti ad alzare uno dei loculi dal livello del pavimento verso il soffitto. Con le infiltrazioni d'acqua deviate al di sotto ed intorno alla camera sepolcrale, che peraltro era chiusa da una porta di pietra e sigillata con dell'intonaco, la sindone ha goduto di condizioni eccezionali, che hanno portato alla sua conservazione. F.G.: E' evidente che la datazione di questa sindone sia stata un momento cruciale della sua ricerca. Il laboratorio che ha eseguito la prova del carbonio 14, è lo stesso che ha datato la Sindone di Torino. Cosa ne è emerso? S.G.: Sì è vero! Il laboratorio che ci ha fornito la datazione al C-14 è quello di Tucson, lo stesso che ha datato la famosa Sindone di Torino (in realtà è uno dei tre laboratori, gli altri sono a Zurigo e Oxford, N.d.R.). Quando abbiamo trovato la Sindone di Gerusalemme, la prima cosa che ci è apparsa molto chiara è che saremmo dovuti riuscire ad avere una datazione esatta dei tessuti. Come ho detto prima, la tomba era stata violata ed ho pensato che questo sarebbe potuto accadere già in epoca anteriore e che i tessuti potessero quindi risalire al periodo Bizantino o Ottomano. A poca distanza dalla nostra tomba ce n'è un'altra che fu riutilizzata come cappella dai Crociati. Quindi, dovevamo essere molto cauti e riservarci il giudizio sulla datazione della nostra sindone dopo la risposta definitiva del Dott. Doug Donohue, a capo del laboratorio. L'esame ha dato risposta affermativa ed ha confermato che si tratta di una sindone databile al I° secolo dopo Cristo. Per la prima volta eravamo di fronte ad una sindone di Gerusalemme, databile al tempo di Gesù e che si poteva confrontare con quella più famosa di Torino. F.G.: Nella tomba ha trovato altri reperti. In una sua intervista afferma di aver trovato anche un frammento con la scritta "Maria" in antico ebraico. Di cosa si tratta? S.G.: Sfortunatamente, parecchi ossari rinvenuti nella tomba sono stati distrutti dai tombaroli, che quasi certamente hanno portato via i pezzi più belli e quelli con le iscrizioni. Però, per nostra fortuna, hanno tralasciato alcune iscrizioni che sono state esaminate e studiate dal mio collega archeologo Boaz Zissu, il quale ha anche partecipato alla scoperta. Una di queste iscrizioni porta il nome ebraico di Maria, probabilmente perché in quel periodo era un nome molto comune, come lo erano, di fatto, anche Giuseppe e Gesù. F.G.: Torniamo al reperto. La sindone in questione è di lana mentre la Sindone di Torino è in lino. L'analisi del materiale ha fatto emergere che la sindone è stata tessuta non in Israele ma in Italia. Può spiegarci il procedimento che ha portato a questa conclusione? S.G.: La studiosa che si occupa dei tessuti, la signora Orit Shamir, è un'esperta di stoffe e tessuti antichi. Le è stato possibile affermare che mentre la tessitura del reperto è una tessitura semplice, la direzione della filatura indica che il tessuto proveniva da un luogo al di fuori della Palestina del Nuovo Testamento, presumibilmente da un paese del Mediterraneo, come la Siria o l'Egitto. L'équipe medica guidata dal Dott. Chuck Greenblatt ha accertato che la maggior parte della sindone è fatta di lana, ma recenti analisi hanno rivelato anche una parte di lino. Si tratta probabilmente del velo che copriva la testa del defunto. È interessante notare che nel Vangelo si parla di due tipi di teli sindonici nella tomba vuota di Gesù. F.G.: La tessitura delle due sindoni è quindi diversa. Oltre a ciò, Lei ha detto che sono stati trovati dei capelli dentro questo lenzuolo. Da analisi effettuate, si è arrivati alla conclusione che questa tomba doveva appartenere a una persona della classe superiore. Per quanto riguarda il sistema di sepoltura, mi sembra importante sottolineare il fatto che questo corpo abbia subito solo la "prima sepoltura". Ci parli di questi rituali e della connessione con la sepoltura di Gesù. S.G.: Sotto la parte superiore della sindone, con nostra grande sorpresa, abbiamo trovato una folta ciocca di capelli, anch'essi conservatisi molto bene. Uno studioso dell'équipe medica, Azriel Gorski, li ha esaminati e ha rivelato che erano molto puliti, fatto abbastanza insolito per quei tempi. Ciò ci fa ritenere che l'uomo della sindone provenisse dall'alta società, che avesse un'origine aristocratica o sacerdotale. Per coloro che sono interessati agli ultimi giorni di vita di Gesù, costituisce un fatto molto importante l'essere riusciti a ricostruire il modo esatto in cui, all'epoca, i defunti venivano preparati per essere poi deposti nella tomba. La ricostruzione è la seguente: il corpo veniva coperto di olio e unguenti e strofinato, poi messo in posizione quasi verticale e lavato con acqua affinché tutte le impurità scendessero dalla testa ai piedi. Poi il corpo veniva avvolto in una sindone, forse con un telo separato per la testa. Infine, veniva deposto nel loculo, dentro la camera sepolcrale. Dopo circa un anno, quando il corpo si era ormai decomposto, i membri della famiglia del defunto andavano nella tomba e raccoglievano le ossa per deporle nell'ossario. Ad alcuni membri di importanti famiglie, però, era concesso di rimanere nella loro sepoltura primaria e cioè nel loculo. Inoltre, è probabile che i defunti che erano stati affetti da malattie come la tubercolosi o la lebbra fossero lasciati anch'essi nel loculo, per paura del contagio. F.G.: Sono state analizzate anche le ossa dell'uomo della sindone. Cosa ne è risultato? S.G.: Possiamo affermare con sicurezza che il nostro uomo della sindone sia stato una persona ricca e, forse, appartenente ad una delle famiglie di sacerdoti, esaminando il tessuto di lana della sindone ed i capelli puliti. La nostra équipe medica ha accertato, analizzando il DNA dell'individuo, che costui è morto di tubercolosi, una malattia molto dolorosa, e che, inoltre, era anche affetto da lebbra. Di lebbra non si muore, ma di tubercolosi sì. Se l'individuo fosse appartenuto ad una famiglia di sacerdoti, secondo la legge religiosa ebraica non avrebbe potuto officiare nel Tempio Ebraico, anche se forse lo aveva fatto in un precedente periodo della sua vita. F.G.: Quindi, sembra che questo sia un corpo che ha sofferto. Si sono notati altri segni particolari, magari dei fori…? S.G.: In effetti, Lei ha ragione. L'antropologa Debbie Sklar, che esaminò le ossa dell'individuo, ha notato che una di esse presentava una "strana patologia". Quello che vide erano segni simili a fori in una delle ossa. Questo indica che la malattia dell'individuo della sindone, e cioè la lebbra, era penetrata oltre la pelle e la carne, fino alle ossa dell' ammalato. F.G.: Questa tomba potrebbe essere come quella di Giuseppe d'Arimatea…? S.G.: Non c'è nessun nesso tra la nostra tomba e quella di Giuseppe d'Arimatea. Secondo il Vangelo, Giuseppe d'Arimatea si offrì di far seppellire Gesù nella sua tomba, che non era ancora finita. La posizione tradizionale della tomba di Giuseppe è a nord-ovest della città antica, non lontano dalla Porta di Gennath (la Porta dei Giardini). Sappiamo che l'area si estendeva dalla zona nord-ovest della città in direzione sud, ed includeva le tombe di Gran Sacerdoti come Giovanni Hyrcanos, ed anche Annas. È quindi possibile che Giuseppe d'Arimatea avesse la sua tomba da qualche parte in quest'area, ma non necessariamente nella Valle dello Hinnom. Ho scritto un libro sulla storia e l'archeologia della Chiesa del Santo Sepolcro, e credo fermamente che la posizione tradizionale per la tomba di Gesù sotto la Chiesa sia la più probabile. F.G.: Seguendo tale logica, Lei può affermare che esista una connessione tra questa tomba e quella che ospitò il corpo di Cristo? S.G.: La posizione esatta della tomba di Gesù è rimasta ignota, perché dal tempo della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70 d.C., c'è stata un'interruzione fino alla riscoperta della tomba ai tempi di Costantino il Grande, agli inizi del IV secolo. Però, io credo fermamente nel potere della tradizione orale. Se la conoscenza del luogo dove si trovava la tomba di Gesù era importante per i Giudeo-Cristiani, allora certamente avrebbero conservato questa conoscenza fino al tempo della visita della madre di Constantino, Elena, e l'indicazione di tale posto da parte del vescovo Macheronte. L'archeologia dell'area sotto la Chiesa del Santo Sepolcro conferma quanto sappiamo di cimiteri del I° secolo d.C., con giardini irrigati dalle piscine di Ezekiah, vicino ad una porta ed una strada che conduceva fuori dalla città. Il posto sembra una scelta naturale per le crocifissioni e Gesù è stato "fortunato" ad avere Giuseppe d'Arimatea, perché altrimenti il suo corpo sarebbe stato gettato in una delle fossi comuni. F.G.: Ho letto che Lei ha avuto alcuni problemi con dei Rabbini, riguardo al fatto che ha "violato" una tomba contenente un corpo. Come è andata esattamente? S.G.: Gli ebrei ultra-ortodossi si oppongono allo scavo di tombe antiche da parte degli archeologi, con la motivazione che solo il futuro Messia può avere contatti con i morti. Questa visione limitata significa che ossa antiche possono finire polverizzate sotto le ruspe. Inoltre, dimostra una certa cecità perché le leggi della religione ebraica del I° secolo d.C. permettevano il trasferimento di ossa umane da un posto ad un altro, quando i limiti della città si espandevano. Se Gesù non fosse risorto, le sue ossa sarebbero state rimosse e sepolte nuovamente da un'altra parte, perché la città si espanse oltre l'area della tradizionale tomba circa dieci anni dopo la sua morte. Tornando alla mia "personale" relazione con gli ultra-ortodossi, in quanto archeologo sono sempre stato molto rispettoso verso i morti ed ho scavato solo tombe che erano in pericolo di distruzione a causa dello sviluppo moderno o che erano state violate dai tombaroli. Gli ultra-ortodossi, però, non la vedono così e mi hanno maledetto dicendo che le mie mani si sarebbero disseccate e cadute e che sarei stato dannato. Essendo un archeologo, non ho un secondo fine. Sono nell'eccezionale posizione di poter studiare e scavare siti e luoghi di significato religioso come la Spianata del Tempio, le Piscine di Bethesda, la Chiesa del Santo Sepolcro ed il Pretorio di Ponzio Pilato, senza (spero) nessun pregiudizio scientifico, politico o religioso. Io sono in cerca della verità. F.G.: Ci sono varie "leggende" sulla valle in cui Lei ha effettuato la scoperta, mi riferisco alla connessione che viene fatta con l'Inferno, la Gehenna. Potrebbe, secondo Lei, essere questo il luogo in cui Gesù scese per dare conforto dopo la Resurrezione? S.G.: La Valle di Hinnom è un posto con una certa reputazione. Già al tempo dei Cananei era il sito del Tofet, dove i neonati erano sacrificati agli dèi degli Ammoniti. Tutte le aree con tombe scavate nella terra erano considerate, fino ad un certo periodo, come le porte degli inferi (Sheol). Inoltre, la Valle di Hinnom portava gli scarichi della città nella sua parte inferiore, e non ci sorprende affatto che questo posto avesse fama di un luogo di discarica, dove i lebbrosi andavano a spasso. Ed è perciò possibile che questa fosse l'idea che la gente aveva degli Inferi. E' interessante notare che le tombe dei ricchi e famosi erano situate sul pendio opposto alla città, a significare che il proprietario della tomba poteva vedere la sua dimora eterna. Tra questa e la città era situata la Valle di Hinnom. F.G.: Parliamo ora della Sindone di Torino. Senza dubbio avrà una sua opinione in proposito: quale? S.G.: La Sindone di Torino suscita molte emozioni nelle persone. Io mi devo fidare dell'evidenza scientifica, giudicando manufatti ed oggetti archeologici e di importanza religiosa. La Sindone di Torino è senza dubbio un oggetto eccezionale. Tanto inchiostro è stato versato sulla funzione, età e datazione di questa sindone. Prima di tutto la tessitura complicata, che secondo alcuni esperti con cui ho parlato, sembra indicare una datazione che al più presto risale ai secc. XII - XIV. E' probabile che questo tessuto risalga a tempi antecedenti, ma questa è una cosa che deve essere provata dagli esperti di tessuti. La datazione al C-14 della Sindone di Torino ha evidenziato una probabile datazione risalente al periodo medievale. Si potrebbe supporre che la datazione al radiocarbonio dati solo i materiali organici lasciati dai devoti che hanno toccato la Sindone lungo il corso degli anni. Ma se paragono le informazioni che abbiamo dalla Sindone di Gerusalemme, allora le differenze appaiono chiarissime. La tessitura è molto differente e sembrerebbe che la Sindone di Gerusalemme fosse composta di due pezzi, il lenzuolo che avvolgeva il corpo ed il pezzo che copriva la testa. Io personalmente non ho mai visto la Sindone di Torino e quindi mi riservo il giudizio sulla sua datazione ed identificazione (1). F.G.: Per chiudere questa affascinante intervista, Dottor Gibson, Lei ha detto che la "sua" sindone apparteneva con molta probabilità ad una persona importante, forse un sacerdote. In prossimità di questa tomba vi è anche quella del Gran Sacerdote Annas, menzionato anche da Giuseppe Flavio. Altresì, vicino è stata trovata la tomba di un altro Gran Sacerdote, Caifa, strettamente collegato con la storia di Gesù. Il suo scenario più reale quale potrebbe essere? S.G.: Giuseppe Flavio era uno storico ebreo del primo secolo d.C. e ci ha fornito informazioni eccezionali sulla città di Gerusalemme e sulle sue vicinanze, prima delle distruzione da parte di Tito e dei Romani nell'anno 70 d.C. (cfr. HERA n°22, pag. 60 e HERA n°23, pag. 68). Giuseppe Flavio menziona anche la tomba del Gran Sacerdote Giovanni Hyrcanos, nella Valle Superiore dello Hinnom, e la tomba del Gran Sacerdote Annas nella Valle Inferiore dello Hinnom (Akeldama). Scavi condotti in anni recenti nella Valle Inferiore dello Hinnom hanno portato alla luce la tomba del Gran Sacerdote Caifa. Sembra quindi che abbiamo a che fare con un cimitero di Gran Sacerdoti, delle famiglie di sacerdoti e degli aristocratici. E poiché la "nostra" tomba era situata molto vicino alla tomba di Annas, sembra logico pensare che si tratti della tomba di una famiglia di sacerdoti, anche se niente nella tomba conferma o nega questa idea. E poiché il nostro uomo della sindone era un lebbroso, come già detto in precedenza, anche se avesse fatto parte di una famiglia di sacerdoti, non avrebbe mai potuto officiare nel Tempio, a meno che non lo avesse fatto in un periodo precedente della sua vita. F.G.: Quindi, quanto meno un testimone oculare del "Re dei Giudei"…. S.G.: Siccome l'uomo della sindone è morto di tubercolosi, resa ancora più terribile dalla lebbra, possiamo pensare che, essendo un uomo ricco e di un certo rango, abbia cercato in tutti i modi di curare la sua malattia. È quindi possibile che sia andato alle Piscine di Bethesda, che nel I sec. fornivano i mezzi per poter fare bagni e contrastare quel tipo di malattie. Io ho studiato dettagliatamente quelle piscine. Il Nuovo Testamento parla di Gesù che vi curò il paralitico (Giovanni, capitolo 5) ed il culto di "Serapis" veniva venerato in questo posto durante il periodo tardo romano recente. Gerusalemme, nel I secolo d.C., se posta a confronto, non era grande come le altre città della classicità, e la notizia di certi operatori di miracoli sarebbe sicuramente arrivata alle orecchie di tutti gli abitanti. Il nostro uomo poteva aver sentito del processo e dell'esecuzione di Gesù. Ma non ne possiamo essere certi. Inoltre, se l'uomo della sindone viveva sul Monte Sion avrebbe potuto essere uno spettatore a distanza della stessa crocifissione. F.G.: Lei non è solo l'archeologo che ha scoperto la sindone di Gerusalemme, ci può parlare dei suoi attuali studi? S.G.: È alquanto strano che, benché il mio particolare interesse archeologico sia nello studio dei paesaggi del tempo antico, io abbia avuto la fortuna di aver scavato e studiato alcuni dei siti più importanti della Cristianità, e in particolare i siti che sono in stretta connessione con la vita e la morte di Gesù. Ho studiato le Piscine di Bethesda, situate accanto alla Chiesa di Sant'Anna, dove Gesù curava gli ammalati. Inoltre, ho fatto delle ricerche sulla Spianata del Tempio, in ambienti sotterranei situati sotto i cortili del Tempio, dove Gesù rovesciò i tavoli dei cambiamonete. Sul Monte Sion ho scavato case datate al primo secolo d.C. vicino alla tradizionale casa di Caifa, e lungo il Muro Occidentale ho studiato la porta che portava al cortile del Pretorio, dove Gesù fu processato davanti a Pilato. Ed infine ho fatto parte degli scavi sul Calvario, nella tomba di Gesù e nelle loro vicinanze. I risultati di tutte queste ricerche saranno incorporate in un mio libro intitolato "Gli ultimi giorni di Gesù". F.G.: Bene, Dottor Gibson, è stato un grande piacere fare la sua conoscenza. Spero che, se avrà altre notizie su ulteriori ritrovamenti scelga ancora HERA quale interlocutore principale. Grazie e a presto, Dottor Gibson. S.G.: Grazie a Lei per l'interesse. o |
| di Francesco Garufi | | Una grande scoperta archeologica è avvenuta in Israele, a Gerusalemme, nel 2000, ad opera di un famoso e stimato archeologo: il dottor Shimon Gibson. La notizia è stata data alla stampa di mezzo mondo circa un mese fa ed è comparsa sui più importanti giornali del globo, riscuotendo grande interesse. Ma, stranamente, nel nostro Paese nessun giornale ha riportato la sensazionale scoperta. Vi chiederete di che notizia si tratti per "subire" un tale trattamento. È il ritrovamento di una tomba risalente al I secolo d.C. contenente, ed è qui la sensazionalità della notizia, un telo sindonico sepolcrale. L'importanza è dovuta al fatto che si tratta dell'unica sindone del tempo di Gesù venuta alla luce dalle centinaia di tombe che si trovano attorno a Gerusalemme. Ed è, altresì, ancor più importante perché questa sindone può aiutare a spiegare, almeno in parte, il mistero della più nota Sindone di Torino. Abbiamo voluto saperne di più, andando a scovare il diretto interessato. Cosa non facile, a dir la verità, in quanto il dottor Gibson risiede a Gerusalemme e, a parte l'attuale situazione di tensione, è perennemente occupato nei suoi scavi. Gibson è un archeologo di fama internazionale, impegnato archeologicamente in Terra Santa da oltre 25 anni, ed è il direttore della Jerusalem Archaeological Field Unit. Ci preme sottolineare il fatto che questa scoperta è stata effettuata ben due anni fa e che, prima di essere divulgata al resto del mondo, ha "passato" numerose prove e controlli. Non ultimo quello della datazione al radiocarbonio effettuata dal laboratorio dell'Università dell'Arizona, a Tucson, negli Stati Uniti, il cui direttore è Douglas Donohue, colui che nel 1988 ha datato anche la Sindone di Torino (cfr. HERA n°17, pag. 38). Francesco Garufi: Dottor Gibson, grazie per l'opportunità che concede ai nostri lettori. Come certamente saprà, nel nostro paese, così come nel resto del mondo, la notizia del ritrovamento di una sindone sepolcrale crea un certo scalpore. Se poi questa sindone, come Lei afferma, è stata datata al I secolo dopo Cristo, l'interesse aumenta. Ci racconti quando e come è giunto a questa scoperta. Shimon Gibson: Mentre visitavo con un gruppo di studenti il sito di Akeldama, nella Valle Inferiore dello Hinnom, uno di essi mi fece notare il frammento di un ossario di pietra, proprio di fronte all'apertura di una tomba scolpita nella roccia. Benché le tombe di quel sito fossero state studiate dagli archeologi già nel '900, questa era stata aperta dai tombaroli solo di recente. È un peccato che sia toccato a loro aprirla poiché hanno causato danni notevoli, vandalizzando gli ossari di pietra, facendoli a pezzi e prendendo con sé solo i reperti più belli e quelli con le iscrizioni. Mentre osservavo lo scenario della devastazione, notai sul pavimento di uno dei loculi qualcosa che somigliava ad uno strato di fango nero. Esaminando la sostanza più accuratamente vidi che non si trattava affatto di fango, ma che erano i resti carbonizzati di un tessile. Restai basito perché capii che quella sarebbe stata la prima tela sindonica trovata in una tomba del I° secolo dopo Cristo intorno a Gerusalemme. La domanda che mi venne in mente subito fu se quella fosse una sindone del tempo di Gesù. F.G.: La scoperta risale all'anno 2000, come mai ha aspettato così tanto per divulgare la notizia? S.G.: Negli ultimi vent'anni ho studiato l'antica Gerusalemme ed ho esaminato alcuni siti che sono tradizionalmente legati alla vita ed alla morte di Gesù, come le Piscine di Bethesda, il Pretorio e la Chiesa del Santo Sepolcro e quindi ho capito immediatamente che la mia era una scoperta importante. Una sindone del tempo di Gesù a Gerusalemme è una scoperta singolare. Dovevo essere certo al 100% che questa fosse una sindone databile al I° secolo dopo Cristo e che la tomba non fosse stata riutilizzata da monaci bizantini, come altre tombe nelle immediate vicinanze di Akeldama. Per questo è stato necessario fare molte ricerche ed altrettante analisi, contattando vari esperti per convincerli a trovare il tempo di effettuare test ed analisi approfondite sulla nostra sindone, prima di poter divulgare la notizia al mondo. F.G.: La prima cosa che colpisce, di questo reperto, è il suo stato di conservazione. In una zona non desertica come può essere Gerusalemme, trovare un lenzuolo quasi intatto ha dell'incredibile. Come lo spiega? S.G.: La scoperta di una sindone in una tomba del I° secolo dopo Cristo a Gerusalemme è realmente eccezionale. Finora, infatti, intorno alla città sono stati trovati solo pochi frammenti di tessuti. In verità, le sindoni si conservano molto bene in aree molto aride, come ad esempio la regione del Mar Morto, che ha portato alla conservazione dei famosi scritti esseni (cfr. HERA n°29, pag.22). Se questi rotoli fossero stati nascosti in una grotta a Gerusalemme, si sarebbero decomposti completamente. La nostra sindone si è conservata per miracolo, a causa di un'anomalia geologica della grotta tombale. Nella roccia esisteva una fessura naturale, infatti, quando gli operai vennero a scolpire la tomba nel primo secolo, si videro costretti ad alzare uno dei loculi dal livello del pavimento verso il soffitto. Con le infiltrazioni d'acqua deviate al di sotto ed intorno alla camera sepolcrale, che peraltro era chiusa da una porta di pietra e sigillata con dell'intonaco, la sindone ha goduto di condizioni eccezionali, che hanno portato alla sua conservazione. F.G.: E' evidente che la datazione di questa sindone sia stata un momento cruciale della sua ricerca. Il laboratorio che ha eseguito la prova del carbonio 14, è lo stesso che ha datato la Sindone di Torino. Cosa ne è emerso? S.G.: Sì è vero! Il laboratorio che ci ha fornito la datazione al C-14 è quello di Tucson, lo stesso che ha datato la famosa Sindone di Torino (in realtà è uno dei tre laboratori, gli altri sono a Zurigo e Oxford, N.d.R.). Quando abbiamo trovato la Sindone di Gerusalemme, la prima cosa che ci è apparsa molto chiara è che saremmo dovuti riuscire ad avere una datazione esatta dei tessuti. Come ho detto prima, la tomba era stata violata ed ho pensato che questo sarebbe potuto accadere già in epoca anteriore e che i tessuti potessero quindi risalire al periodo Bizantino o Ottomano. A poca distanza dalla nostra tomba ce n'è un'altra che fu riutilizzata come cappella dai Crociati. Quindi, dovevamo essere molto cauti e riservarci il giudizio sulla datazione della nostra sindone dopo la risposta definitiva del Dott. Doug Donohue, a capo del laboratorio. L'esame ha dato risposta affermativa ed ha confermato che si tratta di una sindone databile al I° secolo dopo Cristo. Per la prima volta eravamo di fronte ad una sindone di Gerusalemme, databile al tempo di Gesù e che si poteva confrontare con quella più famosa di Torino. F.G.: Nella tomba ha trovato altri reperti. In una sua intervista afferma di aver trovato anche un frammento con la scritta "Maria" in antico ebraico. Di cosa si tratta? S.G.: Sfortunatamente, parecchi ossari rinvenuti nella tomba sono stati distrutti dai tombaroli, che quasi certamente hanno portato via i pezzi più belli e quelli con le iscrizioni. Però, per nostra fortuna, hanno tralasciato alcune iscrizioni che sono state esaminate e studiate dal mio collega archeologo Boaz Zissu, il quale ha anche partecipato alla scoperta. Una di queste iscrizioni porta il nome ebraico di Maria, probabilmente perché in quel periodo era un nome molto comune, come lo erano, di fatto, anche Giuseppe e Gesù. F.G.: Torniamo al reperto. La sindone in questione è di lana mentre la Sindone di Torino è in lino. L'analisi del materiale ha fatto emergere che la sindone è stata tessuta non in Israele ma in Italia. Può spiegarci il procedimento che ha portato a questa conclusione? S.G.: La studiosa che si occupa dei tessuti, la signora Orit Shamir, è un'esperta di stoffe e tessuti antichi. Le è stato possibile affermare che mentre la tessitura del reperto è una tessitura semplice, la direzione della filatura indica che il tessuto proveniva da un luogo al di fuori della Palestina del Nuovo Testamento, presumibilmente da un paese del Mediterraneo, come la Siria o l'Egitto. L'équipe medica guidata dal Dott. Chuck Greenblatt ha accertato che la maggior parte della sindone è fatta di lana, ma recenti analisi hanno rivelato anche una parte di lino. Si tratta probabilmente del velo che copriva la testa del defunto. È interessante notare che nel Vangelo si parla di due tipi di teli sindonici nella tomba vuota di Gesù. F.G.: La tessitura delle due sindoni è quindi diversa. Oltre a ciò, Lei ha detto che sono stati trovati dei capelli dentro questo lenzuolo. Da analisi effettuate, si è arrivati alla conclusione che questa tomba doveva appartenere a una persona della classe superiore. Per quanto riguarda il sistema di sepoltura, mi sembra importante sottolineare il fatto che questo corpo abbia subito solo la "prima sepoltura". Ci parli di questi rituali e della connessione con la sepoltura di Gesù. S.G.: Sotto la parte superiore della sindone, con nostra grande sorpresa, abbiamo trovato una folta ciocca di capelli, anch'essi conservatisi molto bene. Uno studioso dell'équipe medica, Azriel Gorski, li ha esaminati e ha rivelato che erano molto puliti, fatto abbastanza insolito per quei tempi. Ciò ci fa ritenere che l'uomo della sindone provenisse dall'alta società, che avesse un'origine aristocratica o sacerdotale. Per coloro che sono interessati agli ultimi giorni di vita di Gesù, costituisce un fatto molto importante l'essere riusciti a ricostruire il modo esatto in cui, all'epoca, i defunti venivano preparati per essere poi deposti nella tomba. La ricostruzione è la seguente: il corpo veniva coperto di olio e unguenti e strofinato, poi messo in posizione quasi verticale e lavato con acqua affinché tutte le impurità scendessero dalla testa ai piedi. Poi il corpo veniva avvolto in una sindone, forse con un telo separato per la testa. Infine, veniva deposto nel loculo, dentro la camera sepolcrale. Dopo circa un anno, quando il corpo si era ormai decomposto, i membri della famiglia del defunto andavano nella tomba e raccoglievano le ossa per deporle nell'ossario. Ad alcuni membri di importanti famiglie, però, era concesso di rimanere nella loro sepoltura primaria e cioè nel loculo. Inoltre, è probabile che i defunti che erano stati affetti da malattie come la tubercolosi o la lebbra fossero lasciati anch'essi nel loculo, per paura del contagio. F.G.: Sono state analizzate anche le ossa dell'uomo della sindone. Cosa ne è risultato? S.G.: Possiamo affermare con sicurezza che il nostro uomo della sindone sia stato una persona ricca e, forse, appartenente ad una delle famiglie di sacerdoti, esaminando il tessuto di lana della sindone ed i capelli puliti. La nostra équipe medica ha accertato, analizzando il DNA dell'individuo, che costui è morto di tubercolosi, una malattia molto dolorosa, e che, inoltre, era anche affetto da lebbra. Di lebbra non si muore, ma di tubercolosi sì. Se l'individuo fosse appartenuto ad una famiglia di sacerdoti, secondo la legge religiosa ebraica non avrebbe potuto officiare nel Tempio Ebraico, anche se forse lo aveva fatto in un precedente periodo della sua vita. F.G.: Quindi, sembra che questo sia un corpo che ha sofferto. Si sono notati altri segni particolari, magari dei fori…? S.G.: In effetti, Lei ha ragione. L'antropologa Debbie Sklar, che esaminò le ossa dell'individuo, ha notato che una di esse presentava una "strana patologia". Quello che vide erano segni simili a fori in una delle ossa. Questo indica che la malattia dell'individuo della sindone, e cioè la lebbra, era penetrata oltre la pelle e la carne, fino alle ossa dell' ammalato. F.G.: Questa tomba potrebbe essere come quella di Giuseppe d'Arimatea…? S.G.: Non c'è nessun nesso tra la nostra tomba e quella di Giuseppe d'Arimatea. Secondo il Vangelo, Giuseppe d'Arimatea si offrì di far seppellire Gesù nella sua tomba, che non era ancora finita. La posizione tradizionale della tomba di Giuseppe è a nord-ovest della città antica, non lontano dalla Porta di Gennath (la Porta dei Giardini). Sappiamo che l'area si estendeva dalla zona nord-ovest della città in direzione sud, ed includeva le tombe di Gran Sacerdoti come Giovanni Hyrcanos, ed anche Annas. È quindi possibile che Giuseppe d'Arimatea avesse la sua tomba da qualche parte in quest'area, ma non necessariamente nella Valle dello Hinnom. Ho scritto un libro sulla storia e l'archeologia della Chiesa del Santo Sepolcro, e credo fermamente che la posizione tradizionale per la tomba di Gesù sotto la Chiesa sia la più probabile. F.G.: Seguendo tale logica, Lei può affermare che esista una connessione tra questa tomba e quella che ospitò il corpo di Cristo? S.G.: La posizione esatta della tomba di Gesù è rimasta ignota, perché dal tempo della distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70 d.C., c'è stata un'interruzione fino alla riscoperta della tomba ai tempi di Costantino il Grande, agli inizi del IV secolo. Però, io credo fermamente nel potere della tradizione orale. Se la conoscenza del luogo dove si trovava la tomba di Gesù era importante per i Giudeo-Cristiani, allora certamente avrebbero conservato questa conoscenza fino al tempo della visita della madre di Constantino, Elena, e l'indicazione di tale posto da parte del vescovo Macheronte. L'archeologia dell'area sotto la Chiesa del Santo Sepolcro conferma quanto sappiamo di cimiteri del I° secolo d.C., con giardini irrigati dalle piscine di Ezekiah, vicino ad una porta ed una strada che conduceva fuori dalla città. Il posto sembra una scelta naturale per le crocifissioni e Gesù è stato "fortunato" ad avere Giuseppe d'Arimatea, perché altrimenti il suo corpo sarebbe stato gettato in una delle fossi comuni. F.G.: Ho letto che Lei ha avuto alcuni problemi con dei Rabbini, riguardo al fatto che ha "violato" una tomba contenente un corpo. Come è andata esattamente? S.G.: Gli ebrei ultra-ortodossi si oppongono allo scavo di tombe antiche da parte degli archeologi, con la motivazione che solo il futuro Messia può avere contatti con i morti. Questa visione limitata significa che ossa antiche possono finire polverizzate sotto le ruspe. Inoltre, dimostra una certa cecità perché le leggi della religione ebraica del I° secolo d.C. permettevano il trasferimento di ossa umane da un posto ad un altro, quando i limiti della città si espandevano. Se Gesù non fosse risorto, le sue ossa sarebbero state rimosse e sepolte nuovamente da un'altra parte, perché la città si espanse oltre l'area della tradizionale tomba circa dieci anni dopo la sua morte. Tornando alla mia "personale" relazione con gli ultra-ortodossi, in quanto archeologo sono sempre stato molto rispettoso verso i morti ed ho scavato solo tombe che erano in pericolo di distruzione a causa dello sviluppo moderno o che erano state violate dai tombaroli. Gli ultra-ortodossi, però, non la vedono così e mi hanno maledetto dicendo che le mie mani si sarebbero disseccate e cadute e che sarei stato dannato. Essendo un archeologo, non ho un secondo fine. Sono nell'eccezionale posizione di poter studiare e scavare siti e luoghi di significato religioso come la Spianata del Tempio, le Piscine di Bethesda, la Chiesa del Santo Sepolcro ed il Pretorio di Ponzio Pilato, senza (spero) nessun pregiudizio scientifico, politico o religioso. Io sono in cerca della verità. F.G.: Ci sono varie "leggende" sulla valle in cui Lei ha effettuato la scoperta, mi riferisco alla connessione che viene fatta con l'Inferno, la Gehenna. Potrebbe, secondo Lei, essere questo il luogo in cui Gesù scese per dare conforto dopo la Resurrezione? S.G.: La Valle di Hinnom è un posto con una certa reputazione. Già al tempo dei Cananei era il sito del Tofet, dove i neonati erano sacrificati agli dèi degli Ammoniti. Tutte le aree con tombe scavate nella terra erano considerate, fino ad un certo periodo, come le porte degli inferi (Sheol). Inoltre, la Valle di Hinnom portava gli scarichi della città nella sua parte inferiore, e non ci sorprende affatto che questo posto avesse fama di un luogo di discarica, dove i lebbrosi andavano a spasso. Ed è perciò possibile che questa fosse l'idea che la gente aveva degli Inferi. E' interessante notare che le tombe dei ricchi e famosi erano situate sul pendio opposto alla città, a significare che il proprietario della tomba poteva vedere la sua dimora eterna. Tra questa e la città era situata la Valle di Hinnom. F.G.: Parliamo ora della Sindone di Torino. Senza dubbio avrà una sua opinione in proposito: quale? S.G.: La Sindone di Torino suscita molte emozioni nelle persone. Io mi devo fidare dell'evidenza scientifica, giudicando manufatti ed oggetti archeologici e di importanza religiosa. La Sindone di Torino è senza dubbio un oggetto eccezionale. Tanto inchiostro è stato versato sulla funzione, età e datazione di questa sindone. Prima di tutto la tessitura complicata, che secondo alcuni esperti con cui ho parlato, sembra indicare una datazione che al più presto risale ai secc. XII - XIV. E' probabile che questo tessuto risalga a tempi antecedenti, ma questa è una cosa che deve essere provata dagli esperti di tessuti. La datazione al C-14 della Sindone di Torino ha evidenziato una probabile datazione risalente al periodo medievale. Si potrebbe supporre che la datazione al radiocarbonio dati solo i materiali organici lasciati dai devoti che hanno toccato la Sindone lungo il corso degli anni. Ma se paragono le informazioni che abbiamo dalla Sindone di Gerusalemme, allora le differenze appaiono chiarissime. La tessitura è molto differente e sembrerebbe che la Sindone di Gerusalemme fosse composta di due pezzi, il lenzuolo che avvolgeva il corpo ed il pezzo che copriva la testa. Io personalmente non ho mai visto la Sindone di Torino e quindi mi riservo il giudizio sulla sua datazione ed identificazione (1). F.G.: Per chiudere questa affascinante intervista, Dottor Gibson, Lei ha detto che la "sua" sindone apparteneva con molta probabilità ad una persona importante, forse un sacerdote. In prossimità di questa tomba vi è anche quella del Gran Sacerdote Annas, menzionato anche da Giuseppe Flavio. Altresì, vicino è stata trovata la tomba di un altro Gran Sacerdote, Caifa, strettamente collegato con la storia di Gesù. Il suo scenario più reale quale potrebbe essere? S.G.: Giuseppe Flavio era uno storico ebreo del primo secolo d.C. e ci ha fornito informazioni eccezionali sulla città di Gerusalemme e sulle sue vicinanze, prima delle distruzione da parte di Tito e dei Romani nell'anno 70 d.C. (cfr. HERA n°22, pag. 60 e HERA n°23, pag. 68). Giuseppe Flavio menziona anche la tomba del Gran Sacerdote Giovanni Hyrcanos, nella Valle Superiore dello Hinnom, e la tomba del Gran Sacerdote Annas nella Valle Inferiore dello Hinnom (Akeldama). Scavi condotti in anni recenti nella Valle Inferiore dello Hinnom hanno portato alla luce la tomba del Gran Sacerdote Caifa. Sembra quindi che abbiamo a che fare con un cimitero di Gran Sacerdoti, delle famiglie di sacerdoti e degli aristocratici. E poiché la "nostra" tomba era situata molto vicino alla tomba di Annas, sembra logico pensare che si tratti della tomba di una famiglia di sacerdoti, anche se niente nella tomba conferma o nega questa idea. E poiché il nostro uomo della sindone era un lebbroso, come già detto in precedenza, anche se avesse fatto parte di una famiglia di sacerdoti, non avrebbe mai potuto officiare nel Tempio, a meno che non lo avesse fatto in un periodo precedente della sua vita. F.G.: Quindi, quanto meno un testimone oculare del "Re dei Giudei"…. S.G.: Siccome l'uomo della sindone è morto di tubercolosi, resa ancora più terribile dalla lebbra, possiamo pensare che, essendo un uomo ricco e di un certo rango, abbia cercato in tutti i modi di curare la sua malattia. È quindi possibile che sia andato alle Piscine di Bethesda, che nel I sec. fornivano i mezzi per poter fare bagni e contrastare quel tipo di malattie. Io ho studiato dettagliatamente quelle piscine. Il Nuovo Testamento parla di Gesù che vi curò il paralitico (Giovanni, capitolo 5) ed il culto di "Serapis" veniva venerato in questo posto durante il periodo tardo romano recente. Gerusalemme, nel I secolo d.C., se posta a confronto, non era grande come le altre città della classicità, e la notizia di certi operatori di miracoli sarebbe sicuramente arrivata alle orecchie di tutti gli abitanti. Il nostro uomo poteva aver sentito del processo e dell'esecuzione di Gesù. Ma non ne possiamo essere certi. Inoltre, se l'uomo della sindone viveva sul Monte Sion avrebbe potuto essere uno spettatore a distanza della stessa crocifissione. F.G.: Lei non è solo l'archeologo che ha scoperto la sindone di Gerusalemme, ci può parlare dei suoi attuali studi? S.G.: È alquanto strano che, benché il mio particolare interesse archeologico sia nello studio dei paesaggi del tempo antico, io abbia avuto la fortuna di aver scavato e studiato alcuni dei siti più importanti della Cristianità, e in particolare i siti che sono in stretta connessione con la vita e la morte di Gesù. Ho studiato le Piscine di Bethesda, situate accanto alla Chiesa di Sant'Anna, dove Gesù curava gli ammalati. Inoltre, ho fatto delle ricerche sulla Spianata del Tempio, in ambienti sotterranei situati sotto i cortili del Tempio, dove Gesù rovesciò i tavoli dei cambiamonete. Sul Monte Sion ho scavato case datate al primo secolo d.C. vicino alla tradizionale casa di Caifa, e lungo il Muro Occidentale ho studiato la porta che portava al cortile del Pretorio, dove Gesù fu processato davanti a Pilato. Ed infine ho fatto parte degli scavi sul Calvario, nella tomba di Gesù e nelle loro vicinanze. I risultati di tutte queste ricerche saranno incorporate in un mio libro intitolato "Gli ultimi giorni di Gesù". F.G.: Bene, Dottor Gibson, è stato un grande piacere fare la sua conoscenza. Spero che, se avrà altre notizie su ulteriori ritrovamenti scelga ancora HERA quale interlocutore principale. Grazie e a presto, Dottor Gibson. S.G.: Grazie a Lei per l'interesse. o |
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